
Alexandre Dumas – Il conte di Montecristo
E’ successo che la Newton Compton uscisse con questa bellissima collana di ultra-classici in versione integrale, morbidosa, enormous-sized, con queste copertine fumettose e caricaturali che uno mica poteva lasciarle lì. Poi c’era la super offerta a € 9,90, e quel giorno ti regalavano anche la borsetta porta-libri di lino con una delle caricature (ho preso Dante, era troppo bello XD).
E niente, è andata a finire che mi sono comprata le opere complete della Austen e lui, il Conte di Montecristo, uno di quei romanzi di cui tutti parlano bene, uno di quei classicissimi che è imperdonabile che tu non abbia mai letto.
E’ rimasto intoccato nella libreria per un tot di mesi.
Poi d’un tratto mi sono trovata a esaurire la pila di libri accatastati sul mio comodino e lui era lì che mi occhieggiava severo: “Ora tocca a me”.
Lo sapete che i sigari cubani Montecristo devono il loro nome proprio al romanzo di Dumas? Si, perché in fabbrica c’era sempre, a rotazione, uno degli operai che leggeva mentre gli altri arrotolavano foglie di tabacco. E mica leggeva un giornaletto di pettegolezzi qualsiasi, nossignore! Si leggevano romanzi e questo era uno dei loro preferiti, tanto da volerlo celebrare con un signor sigaro.
Ho iniziato a leggerlo immaginandomi questi lavoratori intenti ad ascoltare, giorno dopo giorno, come in una soap a puntate, le vicende di Edmond Dantès e ho subito capito perché era il loro preferito.
Quando mi accingo a leggere un superclassico sono sempre un po’, come dire, rassegnata. Di certo i classici lo sono diventati per buone ragioni, ma diciamo che la scorrevolezza dei testi non è proprio come quella dei romanzi moderni.
Invece da questo punto di vista il Conte è davvero fuori dal suo tempo. Agile, avventuroso, trascinante. Certo, ha anche lui i suoi momenti di “stanca”, che però in un mattone da 800 pagine sono in proporzione davvero pochi.
E dunque ve lo consiglio, anche se non amate i classici, anche se temete quel muro di pagine sottili come carta velina. Ve lo consiglio perché i personaggi di Dumas sono vivi, moderni, reali e si muoveranno letteralmente davanti ai vostri occhi come se fossero lì con voi nella stanza. E l’intreccio con cui l’autore lega i destini di tutti loro è deliziosamente intricato, complesso, machiavellico.
Non vi pentirete del tempo passato con lui.

Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare
Libricino che ha attirato la mia attenzione per la copertina che ritrae una fanciulla giapponese con lunghissimi capelli sciolti. Lo sapete che ultimamente ho la fissa per il Giappone.
Però questo è un libro che parla dei giapponesi che emigrarono in America all’inizio del secolo scorso e quindi non proprio del Giappone.
Acquisto felice.
La scrittura è una specie di esperimento. E’ tutto narrato con una voce corale, proprio come se i fantasmi di tutte quelle donne (si, è un romanzo tutto femminile) fossero lì attorno a te a sussurrarti le loro storie, i loro sentimenti, i loro dolori e le loro gioie. Attraverso gli anni e lo spazio.
L’effetto è affascinante e coinvolgente.
Bello.
Richard Adams – La collina dei conigli
Frequentando un po’ i gruppi di anobii questo titolo che non conoscevo (ebbene si) è uscito più di una volta in quelle classifiche del tipo “il libro più bello che avete letto”, “il libro della vostra infanzia a cui siete più legati”, “un libro fantasy che vi è piaciuto” eccetera.
E’ una fiaba che parla di conigli, ambientata in Inghilterra. Nell’aletta della copertina si paragona Adams a Tolkien. Tutti quelli che ne parlavano lo facevano con toni trasognati.
Avevo altissime aspettative per questo libro.
Purtroppo ammetto di averlo trovato un po’ noioso, diciamo lento và, che è meno brutto come termine.
La fiaba è bella ed è facile per me immaginare una mamma con il figlio sotto le coperte a leggerlo insieme a voce sussurrata. La mamma dovrà semplificare qualche termine un po’ troppo aulico o retrò al suo piccino del nuovo millennio, ma sono certa che per entrambi l’esperienza sarebbe molto piacevole.
Ho apprezzato invece moltissimo il linguaggio, non tanto per le invenzioni della lingua “lapina” quanto proprio per le parole scelte dall’autore per descrivere la campagna inglese e le sensazioni dei suoi coniglietti. Ricercata, preziosa, di innegabile valore.
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