New York per caso – Passeggiando per Manhattan

Il meteo migliora leggermente, ma non è ancora abbastanza bello per dedicare la giornata alle isole di Manhattan, così optiamo per i quartieri “centrali”, tutta l’enorme zona che sta fra Midtown e il Financial District.
Iniziamo da Chinatown che, a leggere le guide, mi aspettavo molto più cinese.
Si, in giro vedi tanti occhi a mandorla, sulle insegne compaiono gli ideogrammi al fianco delle scritte in inglese, ma l’architettura, le strade e… boh, in generale l’atmosfera è sempre quella di New York, dove comunque già sei abituato a vedere facce di tutte le etnie e respirare odori di tutte le cucine.
Le differenze comunque si notano, prima fra tutte la presenza di questi meravigliosi stormi di vecchietti in tuta e scarpe da ginnastica che in ogni ritaglio di parco alla mattina si cimentano con il Tai-Chi. Alcuni sembrano avere più di cent’anni, i loro gesti sono lentissimi e tremolanti, ma trasmettono una forza e una pace che mi ipnotizza per lunghi minuti.
L’altra differenza è data dalla pulizia, decisamente più sommaria rispetto ai quartieri “uptown”.

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Stradario alla mano cerchiamo Little Italy, ormai ridotta a un paio di incroci dove si srotola una serie di ristoranti dai nomi italiani, ma dove a preparare i tavoli vediamo solo camerieri dalle chiare origini sud-orientali. Le bandiere tricolore appese a ogni palo della luce non sono sufficienti a rendere questo minuscolo lembo di Italia oltreoceano convincente.
La nostra passeggiata prosegue attraverso il Greenwich Village, ormai divenuto un ambito, tranquillissimo, quartiere residenziale.
Fra i viali alberati bordati di boutique ci siamo imbattuti nella vetrina di una pasticceria che esponeva delle cupcakes dall’aspetto a dir poco delizioso. Una pasticceria minuscola, dove ci impacchettano i dolcetti in una confezione che sarebbe adatta quasi a un gioiello e che, solo uscendo, riconosciamo come una delle Magnolia Bakery rese famose dal telefilm Sex and The City.
Il mio muffin al cioccolato ricoperto di glassa al caramello comunque era fa-vo-lo-so.
Si passeggia bene qui, il traffico è quasi assente rispetto a Midtown, le strade sono piccole e ordinate e finalmente è arrivato anche il sole. In quest’atmosfera rilassata ci si sente quasi in un’altra città, i passi rallentano, viene spontaneo fermarsi più spesso e si può chiacchierare a voce bassa.
Trascorriamo un po’ di tempo a Washington Park dove ci riposiamo e osserviamo l’arco di trionfo, le tate con le schiere di bambini palesemente non loro, i dog-sitter e gli immancabili carinissimi scoiattoli.

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Di nuovo in cammino diamo un’occhiata al MeatPack District e, con un po’ di metro, raggiungiamo il cosiddetto Flatiron building. E’ uno dei più antichi grattacieli di New York che, nonostante le critiche mosse al suo ideatore, ancora oggi resiste, donando all’incrocio su cui è costruito una regale e romantica eleganza.

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Raggiungiamo il Gugghenheim giusto all’ora di pranzo e finalmente assaggiamo un’altra delle istituzioni newyorkesi: l’hot dog comprato dal carrello. Sarà stata la fame dopo la lunga passeggiata ma che dire… buonissimo (anche se un po’ piccolo).
Il museo (compreso nel carnet del NYC Pass) è davvero caratteristico con la sua forma a spirale che si apprezza all’esterno ma molto di più visto dall’interno. L’idea di un’esposizione continua, lungo una passeggiata senza gradini che conduce dalle opere d’arte più antiche a quelle più moderne è molto affascinante. Peccato che non permetta di esporre contemporaneamente molti quadri alla volta.

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Prima di tornare in albergo ci concediamo una passeggiata a Central Park attorno al lago del cosiddetto Reservoir voluto da Jacqueline Kennedy.
Cena in un altro BBQ dove gustiamo il VERO hamburger americano: una cosa di proporzioni inenarrabili, molto molto buono.
Il cielo si è finalmente fatto limpido quindi decidiamo di dedicare la serata alla salita sull’Empire State Building.
Giriamo attorno alla sua base con il naso all’insù ammirando la sua cima illuminata quando, prima di riuscire a guadagnare l’ingresso, veniamo fermati da una serie di figuri che ci domandano chi siamo, cosa facciamo lì e se vogliamo comprare una specie di upgrade del nostro biglietto. Scansiamo tutti e ci infiliamo direttamente per le scale che portano al piano dove avvengono i controlli. Qui c’è un po’ di fila perché ogni ospite viene perquisito e scansionato come in aeroporto.
Dopo aver dribblato gli addetti della foto ricordo ci impossessiamo dell’audioguida a cui il nostro carnet dà diritto e premiamo play per ingannare l’attesa.
Io sono sempre favorevole alle audioguide perché sono accompagnatori discreti che ti fanno scoprire aneddoti e curiosità dei luoghi che si visitano con il pregio di non dover loro pagare il pranzo e di poterle spegnere quando si è stanchi.
Nel caso dell’Empire credo che sia veramente necessaria, non solo perché racconta in modo divertente tutta la storia del grattacielo e spiega minuziosamente tutto ciò che si estende sotto i vostri piedi una volta raggiunta la cima, ma anche perché è stata creata per far comprendere al turista un po’ meglio lo spirito “americano” che, soprattutto a New York, permea ogni cosa e ogni persona.
Il racconto è lungo e ce lo godiamo in silenzio affacciati ai quattro lati della terrazza, con il vento che ci scompiglia i capelli e quel tripudio di luci e vita che si muove sotto di noi.
Molto bello.

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