New York per caso – Cultura e Natura


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Anche oggi c’è un bel sole e New York ci conferma il suo clima infame: umidità al 100%, afa e aria condizionata a 0° in ogni negozio e su ogni treno della metro.
Decidiamo di fare colazione in un ristorantino proprio a due passi dal nostro hotel, nei giorni scorsi abbiamo notato quanto sia sempre affollato al mattino e questo non può che essere una garanzia. Il locale è proprio come nei film, americanissimo, gestito da una famiglia di messicani, pieno di foto autografate di celebrities, con gli sgabelli al bancone, i tavolini di fòrmica e i memorabilia legati al baseball.
Optiamo per la più americana delle colazioni: pancakes e crispy bacon. Spazzolare quella montagna di frittelle degne di Homer Simpson, enormi e spugnose e le fette croccantissime (pure troppo per i miei gusti) di bacon non è stato facile, ma siamo riusciti nell’impresa.

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Oggi binomio natura e cultura.
Iniziamo con la visita al piano terra del Metropolitan, neanche da dire, immenso, strapieno di opere, reperti e persone.
Il patrimonio conservato in questo museo è incalcolabile, le sale sono ben allestite e non è difficile orientarsi. L’unica cosa che a me personalmente fa storcere un po’ il naso è l’abitudine (già notata a Cloisters) di utilizzare senza pudore reperti architettonici antichissimi fondendoli con noncuranza nella struttura moderna del museo stesso. Vedi le sfingi assire usate come base per colonne di cemento, o un’intera tomba egizia “completata” nelle parti mancanti da mattoni sempre in cemento o in cartongesso.

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Dopo qualche ora di storia, scultura e pittura, meravigliosa ma piuttosto stancante, ci concediamo un hot dog e un gelato seduti al sole sui gradini del museo.
Siamo fortunati e un quartetto armato solo di violoncello e voce ci delizia con un concerto soul veramente piacevole.
Dopo pranzo attacchiamo il secondo piano del Met e, sfiniti, arriviamo a visitare le ultime sale con gli occhi ormai un po’ distratti. La guida dice di non perdere il terrazzo quindi ubbidienti saliamo sul tetto dove troviamo molta gente, molto caldo e siepi troppo alte per godere davvero lo spettacolo di Central Park.
In un attimo salutiamo il mastodontico Met e ci gettiamo grati fra i freschi sentieri del polmone verde di Manhattan.
Central Park è immenso. Abbiamo provato a seguire la pseudomappa fornita dalle guide ma, neanche dirlo, ci siamo persi, quindi a cuor leggero ci siamo goduti la passeggiata all’ombra fra prati, laghetti e statue di personaggi fiabeschi.

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Dopo aver incontrato Alice nel paese delle meraviglie e il Signor Andersen in persona, dopo aver guardato le barchette a motore gareggiare in un lago e le coppiette su quelle a remi navigare in un altro, dopo aver visto tre coppie di sposi fare foto contemporaneamente intorno alla grande fontana dedicata alle divinità dell’acqua, siamo arrivati a Strawberry Fields e al mosaico dedicato a Imagine e a John Lennon, ucciso proprio all’uscita del palazzo che sorge dall’altra parte della strada.

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Per cena seguiamo il consiglio della Routard e mangiamo da Pam, a Hell’s Kitchen, che offre, come dice il nome “Real Thai Food”.
Ed eccoci proiettati in un altro americanissimo scorcio di vita che si fa beffe di tutte le nostre europee leggi sulla sicurezza e l’igiene. I tavolini sono piccoli e si sta gomito a gomito con i vicini, il bicchierone che si trova già sul tavolo pieno di ghiaccio serve per l’acqua che il cameriere continuerà a versare per tutta la sera, mentre le birre arrivano da noi già aperte e, nella migliore delle tradizioni, vanno bevute direttamente dal collo della bottiglia!
Il mio amore per la rilassatezza americana cresce ogni giorno di più.

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