Sardegna – Penisola del Sinis

Agosto 2011

Venerdì pomeriggio, fuga dal lavoro.
Le mie vacanze iniziano nell’esatto momento in cui la porta dell’ufficio mi si chiude alle spalle.
Corsa a casa, valige mezze pronte. Carichiamo LaVespa con un incastro degno della miglior partita di Tetris. Si parte.
Diversamente da quando andiamo in moto adottiamo un abbigliamento più easy: casco aperto, giubbino di pelle, scarpe da ginnastica.
In un’oretta arriviamo alle due piramidi dell’Abetone che delimitano l’inizio del territorio toscano. La Strada Statale 12 che da qui scende fino a Lucca rimane una delle mie strade preferite di sempre, ma magari ve ne parlerò un’altra volta.
Si scende veloce, merito del peso dei bagagli, merito dei freni precari delLaVespa.
Stop al porto di Livorno, inizia la lunga attesa per il traghetto.
Da bambina ho preso molti traghetti insieme ai miei genitori e quasi tutti i ricordi sono legati alla nausea, alla noia e all’odore di ferro misto a salmastro. Non amo i traghetti come non amo le attese sui moli di asfalto pieni di container.
Tutto sommato il viaggio però va bene, in notturna, la Moby Aki ci porta fino a Olbia dove sbarchiamo in una mattina di sole.
La maggior parte dei nostri compagni di traversata è già arrivata a destinazione, quasi tutti si fermano nella Sardegna Smeralda. Noi no.
Giusto il tempo di riallacciarci i caschi e siamo lanciati verso ovest: la nostra destinazione si trova esattamente nel centro della costa opposta, la penisola del Sinis.
L’aria è dolce e piena dei profumi della macchia mediterranea, incontriamo sugheri, nuraghi, pecore, non ci si può sbagliare, siamo proprio in Sardegna.
Il nostro campo base sarà per tutta la settimana a Putzu Idu, in un quartiere di villette a schiera a due passi dalla bella (ma un po’ affollata) spiaggia di S’anea Scoada (l’asinella senza coda).
Per sette giorni LaVespa ci porterà su e giù per questa penisola che i grandi hotel e i resort hanno miracolosamente risparmiato.
Le spiagge sembrano fatte apposta per incontrare i gusti di tutti: sabbiose con fondali bassi per chi ha bambini; di scogli, con il mare ricco di flora e fauna per chi si immerge o fa snorkeling; bianche, lunghissime e con acqua cristallina per chi ama starsene ammollo sulla battigia a farsi idromassaggiare dalle onde.
Portano tutte con orgoglio i loro nomi originali: Is Arenas, Sa Mesa Longa, Su Pallosu, Mari Ermi, Is Arutas e sono tutte, senza distinzioni, bellissime e speciali.
Il mare è ovunque limpido, pieno di sfumature che ricordano le pietre preziose, con fondali belli da vedere e pieni di vita.
Ma qui non abbiamo trovato solo il bel mare, come dalla Sardegna è ormai scontato aspettarsi.
LaVespa è stata una fedele compagna di avventura e ci ha permesso di seguire tutte le stradine sterrate che solleticavano la nostra curiosità. Grazie a lei abbiamo scoperto antiche torri di guardia, fari, promontori deserti spazzati dal vento e dalle onde.
Abbiamo scorazzato fra i campi coltivati, gli stagni che in primavera si colorano di fenicotteri e le saline abbaglianti sotto il sole.
In un giorno di Maestrale LaVespa ci ha portato anche a spasso attraverso la storia.
Vicino a Torre del Pozzo abbiamo scoperto per caso Cornus, dove rovine paleocristiane e altre più antiche ancora, giacciono dimenticate in un sito tristemente abbandonato.
Sulla punta estrema della penisola, a sud, abbiamo conosciuto Tharros, imponente città fortificata di origine punica, attraverso le parole appassionate degli archeologi che vi hanno lavorato.
E poi di nuovo, verso l’interno, la scoperta emozionante del pozzo sacro dedicato alle divinità dell’acqua perfettamente conservato vicino al borgo di Santa Caterina, il suo villaggio nuragico che riposa ancora fra querce e olivi, i resti ancora imponenti del complesso Nuraghe Losa.
La Sardegna mi ha affascinato con un patrimonio storico di cui conoscevo molto poco.
LaVespa, che porta sulla carrozzeria gli orgogliosi segni dei suoi trenta e passa anni di viaggi, ci ha anche in qualche modo aperto i sorrisi delle persone che abbiamo incontrato.
I contadini drizzavano la schiena quando il vento portava loro lo scoppiettare del nostro motore, i bambini ci salutavano agitando le manine, più di una persona ci ha chiesto da dove venivamo osservando il nostro mezzo con un’espressione tinta di nostalgia.
I sardi sono stati molto accoglienti con noi: negozianti, pescivendoli, parcheggiatori. Dal mitico cow-boy Tonino, che cavalca ancora con la sella di legno dei pastori sardi e che ci ha regalato una bellissima passeggiata a picco sul mare, al pizzaiolo che sembrava un guerriero spartano, dalla signora che ci ha offerto le frittelle fatte in casa, ai proprietari dell’agriturismo Sabori Antigu che ci hanno ospitato per una piacevole serata di cibo e chiacchiere.
Una vacanza da cui mi aspettavo solo maresole&relax ma che alla fine ci ha regalato molto, molto di più.