Namibia

Agosto 2009

CAPITOLO 1. I preparativi

 

1.1 Una lunga attesa

Della Namibia mi parlò per la prima volta una mia collega. Insieme ad altre due coppie di amici, lei e suo marito avevano organizzato con un’agenzia italiana un viaggio attraverso questo stato africano per cui non erano necessarie vaccinazioni e in cui era possibile vedere sia il deserto che la savana. E non un deserto qualsiasi, bensì il più antico del mondo.
Al suo ritorno le foto e i racconti accesero in me il desiderio e la smania di andare e di fare la conoscenza con il continente Africano. Quale migliore opportunità di uno stato che permetteva di fare un viaggio con l’assoluta libertà di un self-drive, senza la noia delle vaccinazioni e con la possibilità di vedere il riassunto di tutto ciò che l’Africa può offrire in termini di spazi, paesaggi, animali?
Comprai la guida della Lonely Planet due anni prima di partire.

 

1.2 Le informazioni

Una volta stabilito, estratti conti bancari alla mano, che volevamo investire tutti i nostri risparmi in questo viaggio decisamente superiore alla nostra media, ho iniziato seriamente a raccogliere informazioni.

Internet.
La fonte principale, quella a cui mi rivolgo sempre prima di organizzare un viaggio, è stata il sito “Turisti per caso” dove, oltre a trovare decine di interessanti racconti di viaggio con destinazioni e consigli, ho scoperto il forum moderato da Ric dove poter presentare tutti i miei dubbi e le mie perplessità.
Attraverso i turisti per caso ho trovato anche il sito, ricchissimo di informazioni su itinerari e alloggi, dell’agenzia a cui mi sono poi appoggiata per la prenotazione dei lodge: The Cardboard box travel shop.

In libreria.
Oltre alla Lonely Planet, interessante perché puntuale nel parlare di ogni più piccola e sconosciuta località, anche se non affidabile per quanto riguarda i prezzi, mi sono fatta consigliare e ho acquistato anche la guida della Polaris, più approfondita della Lonely planet ma, naturalmente, un po’ meno completa. Direi che le due si compensano perfettamente.

Mappe.
A posteriori consiglio di non spendere soldi per comprare delle mappe. Quelle forniteci dall’agenzia, piccole e divise fra nord, sud e città, ci hanno accompagnato per tutto il viaggio a discapito delle più grandi e ingombranti cartine comprate a casa, che sono rimaste nello zaino per tutto il tempo.
Dal sito Track4Africa abbiamo acquistato la mappa della Namibia per il navigatore, non indispensabile per la scelta delle strade, ma in compenso molto comodo per la gestione dei tempi durante i lunghi spostamenti.

 

 

CAPITOLO 2 L’itinerario.

 

Questo in definitiva il nostro itinerario.
Bologna-Monaco
Monaco-Windhoek
Windhoek-deserto del Kalahari
Deserto del Kalahari-Fish River Canyon
Fish River Canyon-Aus
Aus-Sesriem
Sesriem-Sossusvlei
Sesriem-Swakopmund
Swakopmund-Sandwich Harbour
Swakopmund-Vingerklip
Twyfelfontein
Vingerklip-Etosha (lato est)
Etosha
Etosha (lato ovest)
Etosha-Okonjima
Okonjima-Windhoek
Windhoek-Monaco
Monaco-Bologna

 

 

CAPITOLO 3 – Lo spazio.

 

Il nostro primo giorno in Namibia è stato a dir poco indimenticabile.
Per prima cosa in aeroporto, allo sportello di cambio, la signorina ha, diciamo, sbagliato a contare le banconote e all’appello (purtroppo da noi ingenuamente fatto quando eravamo troppo lontani) mancava la considerevole somma di 1.000 NAD (un centinaio di Euro).
Poi sono arrivati i problemi con l’auto a noleggio.
Ho letto che molti turisti in Namibia hanno forato e sostituito gomme, noi abbiamo fatto di meglio. Noi abbiamo sostituito l’intera auto.
Vi spiego. Partiamo da Windhoek con un’ora di ritardo perché il mezzo che ci era stato consegnato, oltre a essere vecchiotto, aveva le gomme quasi completamente lisce. Alla fine, con qualche smorfia il noleggiatore acconsente ad andarci a prendere due gomme nuove e, accontentandoci di due sole decenti, partiamo.
Percorriamo la B1 in direzione sud: gli spazi incommensurabili della Namibia si aprono davanti ai nostri occhi pieni di entusiasmo nonostante la stanchezza e le peripezie.
Ci godiamo le distese infinite, il sole che in breve si fa caldo, il cielo che quaggiù sembra più terso.
Qualche decina di chilometri prima di Mariental svoltiamo a sinistra per raggiungere l’Anib Lodge, nel deserto del Kalahari, dove avremmo dormito la notte e dove avevamo prenotato il sundowner game drive per il pomeriggio.
Avvistiamo un branco di orici che si abbeverano a una pozza. Sono i nostri primi animali namibiani, dobbiamo immortalarli per forza! Quindi ci fermiamo e facciamo le foto di rito. Poi risaliamo in macchina e… la macchina non parte. La batteria è completamente a terra. Cerchiamo di aprire il cofano per controllare e… il cofano è bloccato e non si apre, quindi nessuna speranza di collegare i cavi.
Non starò ad annoiarvi con i particolari della vicenda. Vi dico solo che era mezzogiorno, eravamo in una zona dove il cellulare non prendeva, che attorno a noi non c’era assolutamente nulla per decine e decine di chilometri e che siamo stati salvati da una gentile coppia di farmers che si è anche presa la briga di sgridare personalmente il noleggiatore al telefono.
Dopo un’accesa discussione telefonica con il titolare dell’agenzia, sono riuscita a strappare la promessa di avere, per il mattino dopo, direttamente al lodge, un’altra auto che godesse possibilmente di salute migliore.

 

Fortunatamente il resto della giornata è stato perfetto.
L’Anib è una vera oasi di pace, il game drive è stato molto bello e ci ha permesso di vedere parecchi animali e di imparare cose interessanti su di loro e sul deserto.
Al tramonto la guida ci ha portato in cima a una collina bassa di sabbia rossa e ha apparecchiato per noi un tavolo con un rinfresco.
E da lassù, mentre l’aria si faceva velocemente più fredda, sorseggiando un buon vino bianco del Sudafrica, ci siamo accorti che attorno a noi riuscivamo a vedere la linea dritta dell’orizzonte a 360°.
Un’intera fetta di mondo con un unico colpo d’occhio.
Meraviglia e una strana euforia si sono impadronite di me mentre la palla infuocata e perfetta del sole spariva sotto il nostro sguardo rapito.
Namibia paese di Spazi.

 

CAPITOLO 4 – Verso sud.

 

Solitamente i tour preconfezionati che le agenzie propongono ai turisti non prevedono mai il sud della Namibia.
A oggi, riguardando le foto e sfogliando i ricordi, mi sento di dire che è un vero peccato, perché i nostri primi giorni dedicati a questa regione sono stati assolutamente indimenticabili.
Scendendo sempre lungo la B1 si arriva a Keetmanshop, un miraggio di palazzi galleggianti nella calura del deserto.
Nei dintorni di questa città – anche se il concetto di “dintorni” è molto diverso dallo standard europeo – ci sono due belle tappe a cui dedicare un po’di tempo prima di continuare il viaggio verso il Fish River Canyon.
Seguiamo i cartelli e, dopo aver rischiato un paio di volte di perdere la speranza di arrivare, raggiungiamo un lodge fatto a “cupole” che sembra appena uscito da un film di fantascienza. Qui troviamo l’ingresso della prima tappa: la Foresta degli Alberi Faretra (Quiver Tree o Kokerboom Forest).
Alla reception una signora dall’aria di aver trascorso troppo tempo da sola, ci stacca due biglietti per la visita e ci dà un paio di indicazioni su come muoverci.
Nel suo giardino un cane dagli occhi tanto chiari da sembrare bianchi e un carlino senza una zampa ronfano pigramente sull’erba.
Arriviamo nella “foresta”: una distesa di sabbia e terra rossa intervallata da massi neri su cui si arrampicano letteralmente questi strani alberi le cui foglie venivano usate dai Boscimani come faretre per le frecce. Non c’è nessuno e noi gironzoliamo in pace ascoltando il silenzio e facendo foto.
Camminiamo fino a un mucchio di massi fra cui scorgiamo un movimento di pelliccia grigia.
E’ una famiglia di Dassie, una specie di marmotta dall’espressione corrucciata e molto (fin troppo) umana che scopriamo con stupore essere imparentata nientemeno che con elefanti e dugonghi.
Dopo un veloce pic-nic in compagnia di diversi tipi di uccellini e qualche lucertola, riprendiamo la strada verso la seconda tappa di questa deviazione: il Giant’s Playground.
Anche qui siamo soli. Molto bello il sentiero segnalato che permette di fare un giro circolare in mezzo a questi strani massi che ricordano una grandiosa distesa di LEGO. Consigliati acqua e cappellino.

 

CAPITOLO 5 – Canyon e cavalli

 

Il sud ci ha regalato delle belle emozioni.
Il lodge in cui abbiamo dormito nei pressi del Fish River Canyon è stato di sicuro uno dei più belli di tutta la vacanza. Un bungalow di pietra e legno con il tetto di paglia affacciato su un panorama di orizzonte e pietre rosse, proprio di fronte al tramonto.
In più si è aggiunta la gentilezza di una coppia di novelli sposi francesi che ha voluto cederci la sua bottiglia di champagne, omaggio per loro da parte del lodge.
Silenzio, tramonto e champagne. Cose per cui sentirsi davvero privilegiati.
Per non farci mancare nulla, il giorno della visita al canyon abbiamo avuto anche la pioggia.
Pioggia fine e fredda nella stagione secca di una regione prevalentemente desertica, quasi da non crederci. Però in qualche modo credo che le nubi e il vento abbiano contribuito a rendere la grandiosità del canyon ancora più suggestiva.
Sembrava di affacciarsi su un dipinto, un’immensità difficile da valutare, impossibile da misurare con tutti i suoi strati e piani di roccia digradante.
Solitamente in questa stagione il letto del fiume è asciutto, invece, come per la pioggia, noi siamo riusciti a vedere anche le sue acque azzurrissime, splendenti come gemme in netto contrasto con il cielo scuro e le pietre grigie.
L’ultimo ricordo del sud è legato ad Ais, tappa da cui partire per la nostra lunga risalita verso nord.
Ais è celebre per la sua colonia di cavalli selvaggi e, dopo aver appoggiato le valigie ed esserci concessi qualche ora di riposo, con l’avvicinarsi del tramonto abbiamo ripreso la macchina per andare a cercarli.
Questi cavalli sono particolari per due motivi, primo perché la loro origine è avvolta nel mistero (qualcuno dice che fossero i cavalli dell’esercito tedesco, qualcuno invece che appartenessero a un barone che viveva qui ma che morì nella prima guerra mondiale), secondo perché si sono adattati a vivere in una zona praticamente desertica.
A qualche decina di chilometri dal paese c’è un punto di osservazione dove, se si è fortunati, è possibile vederli. Siamo fortunati. Arriviamo e la piccola baracchina di legno approntata per i turisti è piena di spagnoli. I cavalli sono davanti a noi, si abbeverano a una pozza.
L’autista della comitiva spagnola dopo qualche istante richiama all’ordine il gruppo e in un minuto ci troviamo da soli. Noi, la prateria, il vento e i cavalli.
Privilegiati.
Mentre con un po’ di rammarico riprendiamo la strada dopo aver salutato i wild horses, dal profilo lontano delle montagne viola verso cui punta dritto il nastro di asfalto nero, sorge una perfetta e immensa luna piena.
Ci fermiamo e un riflesso ci abbaglia dallo specchietto retrovisore. Scendiamo dalla macchina, ci voltiamo ed esattamente opposta alla luna riusciamo a vedere l’altrettanto perfetta sfera infuocata del sole scendere fino all’orizzonte verso cui corre la stessa striscia di asfalto nero.
Un istante perfetto.

 

CAPITOLO 6 – Il deserto

 

Da qui in avanti il nostro itinerario sposa quello classico dei tour organizzati, di conseguenza il numero delle persone che incontriamo aumenta in modo esponenziale.
Percorriamo la lunga risalita verso Sesriem scegliendo la deviazione della consigliatissima D707 che ci permette di vedere le prime dune del Namib sorgere direttamente dalla prateria dorata.
Tappa al Duwisib Castle, bizzarro fortilizio dove il barone Von Wolf visse con la sua consorte allevando cavalli di razza (i progenitori dei cavalli del deserto?) fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale dove perse la vita. La moglie non tornò mai più in Namibia.
Qui scopriamo di aver forato non una ma ben due gomme e di buona lena ci mettiamo a sostituirle.
Ci fermeremo poi alla prima stazione di servizio dove un’intera squadra di addetti si occuperà di ripararcele. E poi qualcuno dice che in Africa non c’è efficienza…
Arriviamo a Sesriem stanchi e impolverati. L’ufficio per il rilascio dei permessi è chiuso quindi ci toccherà fare la coda domani mattina. Inoltre scopriamo che, pur dormendo nell’unico lodge posto direttamente davanti ai cancelli del parco, non sarà possibile vedere l’alba sulle dune perché gli stessi aprono non prima delle 6.30.
Mi rassegno. Ho scoperto che qui mi riesce più facile.

 

Il deserto.
La luce in Namibia ha il potere di cambiare completamente il paesaggio che ti circonda. La magia delle ombre all’alba e al tramonto dura pochissimo, giusto il tempo di registrare la sfumatura infuocata della sabbia o il profilo azzurrato delle montagne lontane e subito tutto cambia: nel tardo mattino le dune si fanno aranciate, la sera i monti diventano viola. E con loro cambia il colore del cielo, che da cobalto si fa di un celeste abbagliante e l’erba secca, che da bionda, con l’avanzare della notte, si fa argentata.
Percorriamo i 60 km del parco lasciando perdere sia la duna 45 che le navette nel parcheggio 2×4, dritti fino a Sossusvlei.
Scaliamo la duna che si trova sul fondo del lago asciutto dalla cui cima si vede, in ogni direzione, una distesa infinita di sabbia e vento. E’ emozionante, esaltante in un certo senso, ma anche spaventoso.
Scendiamo di corsa sul fianco ripido della duna e ci dirigiamo di buon passo verso la Dead Vlei, che dovrebbe trovarsi a 3 chilometri in una direzione un po’ vaga segnalata da un cartello.
Non avendo lasciato l’auto esattamente nel parcheggio per la Valle della Morte facciamo un po’ di strada in più: la cosa all’inizio non ci preoccupa: abbiamo acqua e biscotti negli zaini, cappelli in testa e crema solare spalmata addosso.
Però camminare sulla sabbia è faticoso, e nel frattempo la mattina è invecchiata e il sole a picco sulle nostre teste inizia ad essere abbastanza implacabile.
Arriviamo in uno degli scenari più fotografati del mondo. Un lago asciutto di fango bianco circondato da dune color mattone popolato da scheletri anneriti di antichi alberi.
Ci concediamo un po’ di riposo in questo luogo bizzarro e fuori dal tempo.
Il cammino di ritorno mi fa capire quanto siamo inadatti ad affrontare la natura nella sua veste ostile. Il sole che brucia la pelle nonostante la protezione, la gola secca nonostante l’acqua mi fanno rendere conto in modo diretto di una verità scontata eppure terribile: il deserto è un luogo dove si muore.

 

 

CAPITOLO 7 – L’oceano

 

Arriviamo a Swakopmund dalla “porta sul retro”, dopo che il navigatore, invece che farci proseguire verso Walvis Bay, ci indirizza su una strada di sabbia parallela alla costiera. Deviazione che ci permette però di vedere le bellissime dune del deserto di un morbido color rosa sfumato di nero.
In città c’è brutto tempo. Il cielo è coperto e una nebbia sottile si condensa sul parabrezza. Andiamo direttamente al B&b che ci ospiterà per due notti, il meno caro in città e quello che su internet mi aveva incuriosito di più.
The Alternative Space è costruito come un fortino, di quelli da film sulla legione straniera, bianco, con i merli e la torretta, con il filo elettrificato che corre sul muro (quest’ultimo in realtà è piuttosto comune nelle città, ci dicono sia per tenere lontani i babbuini).
E’ l’atelier di Frenus e Sibylle, una mostra d’arte sempre aperta e nello stesso tempo un rifugio accogliente. Le camere sono ampie e piene di quadri e fotografie e ogni particolare, dal lavandino pieno di conchiglie e sassi colorati alla vasca da bagno in giardino, è di per sé un’opera d’arte che rende speciale ogni minuto che si trascorre lì.
Il fortino è labirintico, con cortili interni e sale comuni, la cucina è sempre aperta e ben rifornita e in sala c’è un bellissimo caminetto che tutte le sere viene acceso.
Visto che il giro in città non ci è piaciuto granchè e che invece qui si sta così bene, abbiamo finito per trascorrere allo Space entrambe le nostre serate.
Swakopmund non è malvagia come città: casette colorate in riva all’oceano, un vecchio pontile e un bel faro, strade dritte e parchi ben tenuti.
Ma è in tutto e per tutto una città di villeggiatura e ora che è inverno, freddo e umido, e tutto è in uno stato di semi-abbandono, mette un po’ di tristezza.

Il secondo giorno abbiamo prenotato l’escursione a Sandwich Harbour tramite l’agenzia Turnstone.
E’ stata una giornata strana e piena di informazioni. A Walvis Bay abbiamo visto la piattaforma per la raccolta del guano, i fenicotteri rosa, poi abbiamo attraversato il delta del fiume Kuiseb e visto le saline, infine abbiamo costeggiato le belle dune che si gettano nell’Oceano fino a Sandwich Harbour. Pranzo e ritorno attraverso il deserto.
I ricordi più forti riguardano i colori della sabbia: le dune sono di un bellissimo color miele ma sulla battigia assumono queste incredibili sfumature verdi, nere e viola dovute alle alghe, all’ematite e alla tormalina.
Dalla nostra guida, che si rivela essere un appassionato ecologista, oltre a imparare molte cose sulla geologia, la fauna, la flora e la storia di questi luoghi, veniamo a sapere anche dei problemi legati alla conservazione del territorio in Namibia, della lentezza e inefficienza dei progetti statali e della corruzione diffusa che ci strappa il triste commento finale: “Tutto il mondo è paese”.

Il giorno seguente, prima di abbandonare definitivamente la costa, facciamo tappa alla colonia di foche di Cape Cross.
Siamo fortunati perché il vento soffia verso il mare quindi ci viene risparmiata la leggendaria puzza per cui questi simpatici animali sono ormai famosi. In compenso scopriamo che sono molto ma molto rumorosi! E anche piuttosto aggressivi, al nostro arrivo infatti la prima cosa che vediamo è il corpo di uno sciacallo morto che probabilmente aveva osato avvicinarsi troppo ai cuccioli.
Nonostante il tempaccio (il vento e il grigio sembrano compagni costanti delle mattine sulla costa) rimaniamo a osservare e a fotografare a lungo questi strani animali dai musi dolcissimi e dai corpaccioni sgraziati.

 

CAPITOLO 8 – Il Damaraland

 

Riusciamo a liberarci del cielo grigio solo dopo aver percorso più di trenta chilometri verso l’interno.
Ci dirigiamo verso il Damaraland, regione che si rivelerà, paesaggisticamente, la più varia.
Lungo la strada che ci porterà fino al lodge ai piedi del Vingerklip si susseguono prima i bidoni di latta su cui vengono lasciati piccoli blocchi di sale e un barattolo in cui mettere i soldi con cui pagarli, poi le capannine fatte di rami in cui le donne Herero espongono le loro bambole artigianali, le collane o semplicemente se ne stanno sedute chiedendo 10 dollari per una foto a loro stesse vestite del loro colorato costume tipico.
Incontriamo fattorie con greggi di capre e molti asinelli, all’orizzonte si stagliano montagne dalla cima piatta o sgretolate in rossi massi dalle forme arrotondate.
Abituati nei giorni scorsi a non veder cambiare nulla per tanti chilometri, qui ci fermiamo ogni minuto a fotografare i panorami, gli alberi, i piccoli agglomerati di case di fango e lamiera o i letti asciutti dei fiumi dalle rive ripide.
Arriviamo al lodge seguendo per sbaglio la strada più dissestata ma veniamo ripagati da un bellissimo bungalow a due piani con un terrazzo che dà su un paesaggio che ricorda molto quelli della monument valley americana.
Qui finalmente riusciamo a vedere il cielo stellato non più cancellato dalla luce della Luna. L’effetto è emozionante.
Perchè la via Lattea non è più solo una vaga ombra da immaginare più che vedere, ma una netta pennellata bianca di stelle che attraversa tutto il cielo come un immenso pallido arcobaleno.
Perchè in Namibia, dove il buio è vero e dove l’orizzonte è libero e circolare, solo le stelle distinguono il nero del cielo da quello identico della terra, formando attorno a noi una cupola tempestata di gemme.
Perchè qui le stelle hanno nomi diversi da quelle che abitano il nostro cielo e formano figure differenti, e perchè sono moltissime. Moltissime davvero.
Il giorno dopo lo dedichiamo alla visita delle attrazioni segnalate dalla guida.
Iniziamo con le pitture rupestri di Twyfelfontein.
Questo luogo che prende il nome da una sorgente incostante è già di per sé affascinante e suggestivo per i suoi massi rossi, per gli spazi in cui sembra che quelle rocce antiche ti circondino, ma anche ti proteggano, e per la storia del pioniere che qui costruì la sua casa solitaria e qui visse finchè la sorgente non interruppe il suo flusso d’acqua.
Il tutto però è reso in qualche modo più magico dai racconti che Bernadette, la nostra guida, ci riporta riguardo ai popoli che tracciarono su queste pietre le figure stilizzate ma perfette degli animali e delle loro impronte.
Bernadette ci parla di popoli diversi che camminarono a lungo e finirono per incontrarsi qui, e di sciamani e antichi riti magici per parlare con i Padri che abitano le stelle; i suoi racconti sono accompagnati da gesti, battiti di mani e cambi di tonalità, come se stesse vivendo per noi quelle storie, come se ce le volesse mostrare come gli attori dei teatri greci quando narravano degli dei e degli eroi.
La Namibia è un paese antico abitato da popoli antichi, le cui storie sono avvolte in volute molto  fitte di mistero e magia.
Dopo l’affascinante visita alle pitture le tappe rimanenti della giornata si rivelano decisamente meno affascinanti. Le Organ Pipes sono una miniatura delle Giant’s Causeway irlandesi anche se il piccolo canyon in cui si trovano è a suo modo bucolico, la Burnt Mountain è una brutta collina nera e appiattita la cui conservazione è sponsorizzata dalla Coca Cola e la visita alla Foresta pietrificata si limita a un giro in tondo in una steppa desolata in cui siamo accompagnati da una guida quasi muta che è chiaramente lì per controllare che non portiamo via nulla più che per spiegarci di cosa si tratta.

 

CAPITOLO 9 – Gli animali

 

In Etosha abbiamo trascorso tre giorni. Forse i più stancanti a livello fisico, nonostante non scendessimo mai dall’auto e percorressimo meno chilometri degli altri giorni.
Sicuramente fra i più emozionanti.
In Etosha si va per vedere gli animali, per immergersi in un documentario con la differenza che gli animali sono liberi e noi spettatori siamo rinchiusi dentro ai nostri televisori con le ruote.
La sensazione di privilegio torna prepotente.
Le zebre sono i primi e gli ultimi animali che vediamo. Tozze come asini, con i loro grassi sederi a forma di cuore rovesciato, e le loro incredibili e ipnotizzanti righe sempre diverse.
Poi incontriamo gli springbok, le antilopi, gli eland, gli gnu e gli impala, dagli occhi dolci come quelli dei nostri cervi o delle nostre mucche, sempre all’erta, sempre in branco, rassegnate per istinto a essere l’ultimo anello della catena alimentare.
Gli orici, che meritano una menzione a parte per le loro magnifiche corna a forma di spada e i colori nettissimi del loro mantello.
Gli elefanti, padroni e signori incontrastati della savana, che allontanano con prepotenza tutti gli animali dalle pozze quando decidono di abbeverarsi e di rinfrescarsi, che sono i più temuti dai turisti perchè capaci di ribaltare un pick-up, che nei loro vagabondaggi abbattono e sradicano alberi, che nella savana sembrano delle e vere e proprie montagne vaganti.
I leoni, difficili da individuare, invisibili quando si sdraiano nell’erba gialla, sonnacchiosi nell’ombra pomeridiana, e le leonesse, magnifiche e perfette creature nate per uccidere.
Le giraffe, bellissime ed eleganti nel loro incedere lento, buffe nel loro masticare, in difficoltà quando si tratta di piegarsi per bere ma velocissime nel raddrizzarsi al minimo rumore.
E poi i piccoli animali come gli scoiattoli di terra, le manguste, gli sciacalli così simili alle nostre volpi, e poi ancora l’iguana e i facoceri, le iene e i rinoceronti visti solo di notte alla pozza illuminata di Okaukuejo.
E gli uccelli: struzzi, serpentari, condor, aquile e tutto un esercito di piccoli volatili dalle piume coloratissime.
Ci siamo consumati gli occhi a furia di cercare nella luce accecante della savana e del pan tutti questi meravigliosi animali che qui possono essere osservati nel loro ambiente, mentre vivono la loro vita e fanno quello che sono nati per fare.
E guardarli vivere è uno spettacolo che non ha prezzo.

 

CAPITOLO 10 – Okonjima

 

Okonjima è stata la nostra ultima tappa prima del ritorno a Windhoek.
Per me, in assoluto, il luogo più bello del mondo, che ha siglato in modo perfetto la fine di questo viaggio meraviglioso.
Okonjima è una riserva privata, sede di un progetto di conservazione della fauna selvaggia.
E’ la sede di Africat.
Un progetto nato per salvare, riabilitare e restituire all’Africa i suoi figli più belli: i grandi felini.
Qui il privilegio ha raggiunto il suo picco più alto.
E non solo perchè avevamo un bungalow quasi più grande di casa nostra con due enormi letti circondati da tre pareti di vetrate da cui poter guardare la savana e gli animali liberi senza poter essere visti da nessun essere umano.
Non solo per la cena lussuosa, la struttura bellissima, il fatto che la tenuta è talmente grande da essere attraversata da una catena di colline.
Qui noi abbiamo incontrato il leopardo e i ghepardi.
Li abbiamo visti a una distanza paragonabile alla lunghezza di un braccio umano.
Abbiamo guardato, in silenzio religioso, con il fiato sospeso, il leopardo femmina mentre strappava brani di carne da una gazzella trasportata, per difenderla dalle iene, sui rami di un’acacia, ascoltando i rumori di quelle mandibole capaci di trascinare su un albero un peso quasi pari a quello del leopardo stesso, incapaci di distogliere lo sguardo da quell’animale così incredibilmente perfetto.
Abbiamo guardato, trattenendoci dall’allungare una mano per accarezzarli, una famiglia di ghepardi  che si coccolavano pigramente leccandosi e rotolandosi come una nidiata di micini, abbiamo ascoltato le loro fusa rimanendo incantati dalla loro bellezza e dalle incredibili informazioni che Nigel, la nostra guida, ci sussurrava a bassa voce riguardo alle loro capacità.
Un luogo prezioso, non solo per la sua innegabile bellezza, ma anche per l’importanza di quello che fa per il bene di questi animali il cui incontro è stato talmente emozionante da togliere letteralmente le parole.
Per chi volesse saperne di più, contribuire con offerte, adozioni a distanza e periodi di volontariato: www.africat.org
http://www.okonjima.com

 

 

CAPITOLO 11 – Dove e quanto

 

Voli aerei.
Voli a/r Bologna-Monaco, a/r Monaco-Windhoek e assicurazione che comprendeva: annullamento del volo, smarrimento bagagli e copertura medica per tutta la durata del viaggio, acquistati in un’unica soluzione tramite il sito www.lastminute.com. Costo totale per due persone: € 2.400,00

Noleggio auto.
Dopo aver letto un racconto di un altro TpC che ne era rimasto molto contento e dopo aver verificato altre opinioni sul sito www.tripadvisor.com, abbiamo scelto la Advanced Car Hire, che era anche fra le più economiche.
Ammetto che all’inizio i problemi con le gomme lisce e soprattutto con la batteria scarica mi hanno fatto pentire non poco di esserci affidati a Mr.Mike e Mr.Wayne.
Alla fine del viaggio però, soprattutto dopo aver confrontato la nostra esperienza con altri viaggiatori italiani incontrati verso la fine del nostro percorso, mi sono convinta che certi “particolari” siano prassi fra le agenzie locali e che, riguardo ad altre cose, la ADH sia stata migliore rispetto alle agenzie internazionali.
Noleggio Toyota Hilux Single Cab 4X4 diesel con due ruote di scorta e compressore per 14 giorni NAD 12.880

 

I LODGE. (tutti i prezzi sono complessivi per due persone e le cene non comprendono le bevande)
I primi tre lodge in cui abbiamo dormito fanno tutti parte del gruppo “Gondwana Desert Collection” che non posso far altro che consigliare vivamente. Le strutture sono estremamente curate in ogni particolare, il personale squisito e la cucina ottima. Vi sentirete veramente coccolati.

 

Kalahari Anib lodge. Bungalow affacciati sul deserto distribuiti attorno a un corpo centrale. Il menù serale è presentato in lingua inglese, tedesca e Nara e alla fine della cena il personale del lodge si esibisce in un breve e piacevole spettacolo canoro. Attività pomeridiana in jeep aperte alla scoperta del Kalahari con aperitivo finale davanti al tramonto.
BB NAD 990
Cena NAD 350
Sundowner Drive NAD 450

 

Canon Lodge. Vere e proprie casette di pietra sparse fra le rocce affacciate su un panorama mozzafiato. Vialetto illuminato per raggiungere con una bella passeggiata il corpo centrale del lodge. Cena a buffet in una sala molto intima e suggestiva. Da provare assolutamente il pudding con crema alla panna e caramello come dessert. Una di quelle cose che a fine cena vi invoglia ad abbracciare la cuoca ringraziandola profusamente.
Il lodge è dotato anche di maneggio. Noi purtroppo ci siamo fatti scappare l’occasione.
BB NAD 1590
Cena NAD 330

 

Klein Aus Vista, Desert Horse Inn. Bungalow molto ampi con un comodo portico antistante. Cena e colazione vengono servite al piano superiore del corpo centrale. Ci sono diverse possibilità di passeggiate nei dintorni. Kettle in camera per prepararsi qualcosa di caldo. Qui il maneggio non c’è nonostante lo avessi letto da qualche parte.
BB NAD 990
Cena NAD 374

 

Sossusvlei Lodge. L’unica scelta che probabilmente non rifarei. Avevo prenotato qui nella speranza di poter vedere l’alba sulle dune del deserto ma ho scoperto solo dopo che l’unico modo per farlo è di dormire dentro al parco.
E’ un lodge vecchiotto e molto in stile “villaggio turistico”. Il buffet è ampio ma di qualità inferiore ai lodge precedenti, discorso valido anche per il servizio. Troppo affollato per i nostri gusti. In più è parecchio caro.
DBB NAD 2570

 

Weltevrede Guest Farm. Piccola fattoria a metà strada fra Sesriem e Solitaire. L’abbiamo scelta per risparmiare dopo la batosta della notte precedente e perchè consigliata da altri TpC.
Struttura a conduzione familiare. Bungalow spartani ma ampi e puliti. Non aspettatevi troppo dalla cena. Bellissime le sculture di legno sparse per le camere e negli spazi comuni. Atmosfera informale e familiare.
DBB NAD 980

 

Alternative Space. Di questo bellissimo B&B ho già parlato nel capitolo 7 ma torno assolutamente a consigliarvelo. Con un costo irrisorio in confronto alle altre sistemazioni noi ci siamo pagati anche le due cene.
BB NAD 50 (a notte)

 

Vingerklip Lodge. Bungalow sparsi a regola d’arte attorno al corpo centrale in modo da avere visuali bellissime sulla vallata. Possibilità di cenare all’Eagle Nest restaurant sulla cima della roccia sotto cui si trova il lodge, raggiungibile con una bella passeggiata. Il braai non è fra i migliori che abbiamo mangiato ma il personale è molto gentile e i camerieri cordiali ma mai invadenti.
Il lodge è dotato di due piscine, di diversi terrazzi dove poter ammirare il paesaggio, di un tavolo da biliardo e di una jacuzzi che però a mio parere deve aver visto tempi migliori.
DBB NAD 1838

 

Onguma Bush Camp. Lodge posto all’esterno del parco Etosha, sul lato orientale, subito (nel vero senso del termine) dopo l’uscita dai cancelli del parco.
Scelto per noi dalla Cardboard vista l’impossibilità di dormire per le prime due notti all’interno del parco, si è rivelato un vero gioiellino.
Il nostro bungalow era una graziosissima capanna rotonda con annesso un bagno bello e dalla doccia ampia. Cena servita all’aperto (nel caso la temperatura fosse fresca vengono offerte delle morbide coperte in cui avvolgersi) con menù differenti ogni sera.
BB NAD 1380
Cena NAD 330

 

Okaukeujo Rest Camp. Ci tenevo moltissimo a trascorrere almeno una notte qui perchè era stato descritto come il campo (fra i tre interni all’Etosha) più bello e dalla pozza più visitata dagli animali, in particolare dai rinoceronti.
Mi aspettavo una struttura molto spartana e invece la nostra microcamera si è rivelata carina e accogliente, con il letto completamente avvolto da un baldacchino di zanzariere.
La cena a buffet è stata direi la peggiore di tutta la vacanza ma la visita notturna alla pozza ha regalato emozioni.
BB NAD 1300
Cena NAD 332

 

Okonjima Main Camp. Abbiamo avuto la fortuna, senza averla richiesta, di avere una delle nuove View Room. Se deciderete di passare almeno una notte in questo bellissimo lodge fatene richiesta perchè ne vale assolutamente la pena. E’ stato il lodge più lussuoso dove abbiamo soggiornato.
Dopo cena è prevista una passeggiata per andare a vedere gli istrici attirati dal personale con frutta e verdura.
DBB NAD 2520
Activity (Somma di quella del mattino più quella del pomeriggio per 2 persone) NAD 1600

 

Windhoek Rivendell Guest House. B&B bello ed economico gestito da due sorelle. Camere piccole ma pulite che si affacciano sul bel cortile interno dotato di piscina.
Bacon, il cagnolone di casa, è un gigante nero affettuosissimo. Visto che abbiamo dovuto partire prima dell’alba ci sono stati preparati due voluminosi sacchetti pieni di cose buone per fare colazione in aeroporto.
BB NAD 580.

 

Escursioni e ingressi.
Fish River Canon NAD 170
Duwisib Castle NAD 120
Sossusvlei NAD 170
Escursione a Sandwich Harbour con la Turnstone Tours (comprensiva di pranzo e trasporto fino al vostro alloggio) NAD 2320
Cape Cross Reserve NAD 90
Twyfelfontein NAD 70
Petrified Forest NAD 60
Etosha NAD 170 (al giorno)

 

Per quanto riguarda il carburante tenete conto che la benzina costa come il diesel ed è circa sui NAD 0,74 al litro.
I pranzi ce li siamo sempre procurati facendo la spesa nei supermercati in cui i prezzi sono circa la metà di quelli italiani.