Giappone

PREFAZIONE
I miei viaggi più importanti hanno sempre in comune lunghe gestazioni, per motivi di ordine vario, dai soldi all’organizzazione, dalle piccole sfighe personali alle grandi catastrofi naturali.
Così doveva andare anche per il Giappone rimandato non una ma ben due volte.
Un viaggio che era già pronto e praticamente prenotato, era solo questione di mandare qualche mail, di ricontrollare qualche orario, farsi due conti in tasca e soprattutto mandare giù la paura che andasse di nuovo tutto in malora. Perché lo ammetto. Il fallimento di un viaggio complesso come questo a solo un mese dalla partenza mi ha davvero segnato e la mia scaramanzia ha toccato livelli patologici. D’altronde anche i giapponesi pare siano famosi per la loro scaramanzia, così diciamo che stavo davvero entrando nel personaggio.

Sabato 4 agosto
Forse è la paura ad attirare le sfighe, fatto sta che il terremoto è venuto a trovarci direttamente a casa, la figlia dei vicini si è beccata la varicella (il mio ragazzo non l’ha avuta) e il sito della Farnesina si è messo a farneticare di turisti bloccati alla frontiera e rimandati a casa senza motivi plausibili.
Ma nonostante tutto siamo riusciti a partire.
E, ora finalmente lo posso dire, è andato tutto benissimo.
Partenza nella tarda mattinata di sabato con volo Turkish Airlines Bologna-Istanbul.
Ingolosita dai racconti di viaggiatori più esperti ho voluto tentare il “solo bagaglio a mano” così, un occhio alla bilancia e alle misure e l’altro alle limitazioni della compagnia aerea, siamo partiti con due bellissimi zaini da montagna confezionati come pacchetti regalo, la custodia della macchina fotografica e la mia “piccola borsetta da donna” che in realtà pesava più degli zaini.
Il primo aereo è poco più che un autobus volante e ci ritroviamo un po’ stipati ma iniziamo a conoscere questa compagnia aerea con cui non avevamo mai volato. Note positive: la pulizia, le posate di metallo, la possibilità a ogni volo di scegliere alternative diverse dal menù consegnato alla partenza. Note negative: le hostess sono professionali ma un tantino scostanti.
In poco più di due ore siamo all’aeroporto di Istanbul e dopo un giro fra i negozi prendiamo il volo che ci porterà finalmente a Tokyo!

Domenica 5 agosto
Visti gli avvisi catastrofici della farnesina dire che ero agitata per i controlli doganali sarebbe un eufemismo e invece è andato tutto liscio. All’ingresso un puntatore laser ci ha misurato la temperatura, poi, mentre l’addetto ci graffettava il visto d’ingresso al passaporto ci hanno fatto una foto e preso le impronte. Tutto qui, nessuna domanda, via tranquilli verso il controllo bagagli.
Avendo solo gli zaini siamo stati i primi passeggeri ad arrivare e naturalmente il poliziotto ci ha fermati. Ci ha mostrato un cartoncino con foto di armi, ordigni, piante, droghe e animali di ogni tipo chiedendoci se per caso non ne avessimo nascosto qualcuno nei nostri zaini. Alla nostra risposta negativa che evidentemente non era convincente ha indicato il mio zaino e me lo ha fatto aprire. Qui ha iniziato a scartabellare fra tutti i sacchetti in cui avevo chiuso i vestiti finchè non ha avuto fra le mani quello con le mutande. Solo allora, soddisfatto, ci ha lasciati andare. Lo zaino di Ste non l’ha neanche voluto vedere, dite che sia un caso?
Prima di uscire dall’aeroporto abbiamo sbrigato le ultime formalità: il cambio dei soldi, il JR Pass, l’acquisto del biglietto N’EX+SUICA e poi finalmente via, liberi di raggiungere la metropoli tentacolare!
L’incontro con la metro di Tokyo è filato liscio come l’olio, adoro la logica immutabile delle reti metropolitane (tranne quella di Londra, ofcourse) che in ogni parte del mondo ti aprono le porte di una città solo grazie a una mappina di strisce colorate.
Arriviamo all’hotel, il Grand Arc Hanzomon, a due passi dalla fermata omonima della linea metropolitana omonima. E’ un business hotel situato al centro della mappa del centro di Tokyo, nel quartiere degli affari e del castello imperiale. Le camere, piccine ma non costrette, sono pulite e dotate di ogni comfort e si affacciano tutte sul parco del castello.
Il giudizio sull’hotel è del tutto positivo però non rifarei la stessa scelta per questioni di spostamenti: per andare ovunque è necessario muoversi in metro inoltre la sera qui si spegne davvero tutto e se volete vedere un altro essere umano dovete cambiare quartiere.
Fra una cosa e l’altra riusciamo a uscire che è già pomeriggio e al nostro arrivo al Yoyogi park le gothic lolita avevano già abbandonato il ponte e i rockabilly stavano facendo su baracca, burattini e stereo. Ci consoliamo con una porzione di takoyaki (le polpette ripiene di polpo) preparati al momento da un signore con bancarella, entrambi davvero, davvero molto jappi.
Visto che siamo qui facciamo un giro per Takeshita Street dove veniamo investiti dalla folla e dalle urla stridule delle jappine butta-dentro vestite da bambole e dotate di megafoni. Poi Omotesando street con immancabile tappa a Kiddiland e ai suoi cinque piani di irresistibile morbidezza.
La sera scende presto a Tokyo e con il buio torniamo all’albergo decidendo di comprare qualcosa al Mart sotto casa e di mangiare in camera. Primo assaggio di yakitori (spiedini di carne) e di quello che rimarrà il mio dolce preferito in Giappone. Un morbidissimo panetto tondeggiante dal colore pallido delle torte rimaste crude che ribattezzeremo “Pan-di-spugna”.

Nota del giorno. Fuori si muore di caldo, invece in ogni ambiente chiuso, dalla metro ai negozi, la temperatura crolla a livelli polari. Sarà impossibile non prendersi un accidente.

Lunedì 6 agosto
In Giappone, vi sembrerà strano, io ci sono andata in particolare per i templi perché da sempre sono stata affascinata da quelli scintoisti: i torii rossi, il contatto con la natura, le preghiere affidate agli alberi e al vento, le divinità naturali e i demoni. E poi nei cartoni animati le sacerdotesse erano sempre fighissime con i loro abiti bianchi e rossi, i loro archi magici e le loro bellissime pettinature.
Iniziamo quindi con il quartiere che conserva la storia dell’antica Tokyo quando si chiamava ancora Edo: Asakusa.
Sotto un cielo nuvoloso iniziamo la visita dal Senso-ji e facciamo proprio tutto per bene: ci purifichiamo alla fonte con il mestolino, compriamo e accendiamo i nostri incensi crogiolandoci nel loro fumo e a quel punto una giovanissima professoressa ci aggancia chiedendoci se parliamo inglese. Neanche il tempo di rispondere che “Insomma, così così” e ci viene appioppato un timidissimo studente che inizia a parlarci del Kaminarimon, la porta del Tuono e delle leggende legate ai due Déi della guerra che la custodiscono. Alla fine ci facciamo una foto tutti assieme.
Finita la visita al tempio inizia a piovere e non sto parlando di pioggerella estiva come la conosciamo noi, qui diluvia davvero!
Ci rifugiamo prima sotto le tettoie delle bancarelle, poi, scacciati dai negozianti, sotto la galleria di un centro commerciale dove scopriamo che comprare cose semplici come un deodorante spray non è affatto scontato visto che tutto ma proprio tutto è scritto esclusivamente in giapponese!
Anche qui veniamo agganciati, questa volta da un vecchio che cammina tutto storto che inizia a parlarci (credo) del posto dove lui ha fatto la guerra. Visto che non riusciamo a capire il nome della località (a suo parere celeberrima) alla fine ci rimprovera per la nostra ignoranza e ci esorta a studiare di più.
A pranzo ci rifugiamo in un localino da ramen e qui superiamo brillantemente la nostra prima prova bacchette.
Visto che continua a piovigginare decidiamo di andare al Tokyo National Museum che si trova nel parco di Ueno, ma, dopo aver attraversato praticamente tutto il parco, lo troviamo chiuso. Perché è lunedì e tutti sanno che il lunedì i musei di Tokyo sono chiusi!
Non ci perdiamo d’animo e con i nostri ombrelli nuovi di zecca ci dirigiamo verso la prossima tappa della giornata: Akihabara.
Usciti dalla metro per prima cosa prendiamo la direzione sbagliata e ci facciamo una scarpinata sotto al diluvio in un quartiere anonimissimo e soprattutto deserto, poi, tornati indietro, più che altro per asciugarci le scarpe, ci facciamo otto piani di un enorme store di elettronica convincendoci che, non avendo visto altro tutto attorno, Electric City sia solo questo.
Un po’ perplessi facciamo merenda in una pasticceria della catena Vie de France dove la cameriera piuttosto che rispondere alle mie domande in inglese non ci fa pagare la consumazione (alla fine le ho messo i soldi contati in mano per salvarla dalla crisi di panico) e dove subiamo il tradimento di un dorayaki esposto in mezzo ai dolci che invece si rivela pieno di carne e cipolle XD.
Alla fine, vagando alla ricerca della stazione della Ginza Line troviamo la vera Electric City e la percorriamo tutta entrando anche in un paio di incredibili negozi su più piani interamente dedicati ai pupattolini (action figures) dei personaggi di manga e anime. Anche qui ci sono le butta-dentro vestite da bamboline.
Doccia poi fuori per cena, destinazione: Shibuya!
Il quartiere non delude, pienissimo di luci, suoni e colori che tanto ricordano Time Square. Ceniamo in un ristorante col bancone attorno alla cucina e i bottoni fuori per ordinare. Al nostro ingresso la cameriera lancia il suo “Irasshaimaseeeeee” imitata subito dopo dal coro dei cuochi con gli stivaloni di gomma che scolano gli spaghetti a terra.
Giro per il quartiere fra giovani vestiti nei modi più disparati, un saluto alla statua di Hachiko, un pan-di-spugna come dessert e poi a nanna.

Nota del giorno: Prima di ogni pasto ti portano la salvietta per lavarti le mani, anche se compri il pranzo al supermarket. E all’ingresso dell’hotel c’è un dispenser di disinfettante con cui pulirsi prima di salire in camera. Quando si dice l’amore per l’igiene.

Martedì 7 agosto
Questa mattina ricominciamo da dove avevamo lasciato, cioè da Shibuya, con la colazione più cara e meno soddisfacente di tutto il viaggio da Starbucks.
Prima di iniziare il giro ci fermiamo in stazione all’ufficio JR per prenotare alcuni dei treni che dovremo prendere nei prossimi giorni. Grazie al cielo a casa mi ero preparata una tabellina con le date, gli orari e persino il nome dei treni. Nonostante cotanta precisione di dati l’impiegata ha faticato lo stesso un bel po’ e alla fine alcune tratte non è comunque riuscita a prenotarle… mah.
Foto ad Hachiko con il sole e poi iniziamo con la collina dei love hotel, poco dietro al grattacielo del 109, carini ma non imperdibili (io il castello non l’ho trovato).
Proseguiamo la passeggiata fino al Yoyogi Park dove visitiamo il Meji Jingu e il relativo giardino.
Il tempio mi è piaciuto perché l’ho trovato particolarmente silenzioso e meditativo, qui abbiamo comprato una delle poesie scritte dall’imperatore a cui il tempio è dedicato. Il giardino, che andrebbe di certo visto nel periodo della fioritura, è carino ma non certo speciale finchè non incontriamo una bellissima famiglia di tanuki (procioni – gli stessi animaletti che aveva visto Ellifilo a Miyajima), gli stessi che si trovano raffigurati grassi e gaudenti fuori da tantissimi negozi. Qui vediamo anche le prime carpe giganti (davvero impressionanti) che troveremo in tutti i laghi, fiumi e canali del nostro viaggio.
Un passaggio in metro per arrivare a Shinjuku dove usciamo direttamente sotto l’Ufficio Governativo. Pranzo veloce a base di yakitori e poi su al 45° piano per goderci Tokyo dall’alto; purtroppo niente Fuji-san, però l’estensione della città è davvero impressionante.
Veloce tappa all’NS building per vedere il soffitto di vetro e il suo strano orologio (calendario?) ad acqua e poi pausa hotel. Il caldo inizia a farsi sentire e comunque per la visita di Shinjuku est è di certo meglio aspettare la sera.
E infatti. Trovare un ristorante per cenare è complicato perché ci sono fin troppe offerte, c’è un sacco di gente e un sacco di locali e luci e casino; alla fine ci infiliamo giù per una scala che porta a una micro bettolina sotterranea dove, sempre con l’ordinazione a pulsanti, mangiamo abbondantemente con due ciotoloni di riso coperti da arrosto per Ste e fritti misti per me.
Per digerire torniamo in superficie e ci concediamo una bella passeggiata prima in direzione Golden Gay (dove troviamo anche un bel tempietto illuminato) e poi Kabuchiko, decisamente meno osè e sconvolgente di quanto mi aspettassi.
Tornati in camera la tv sta trasmettendo il telefilm tratto dalla serie di manga GTO! Fantastico!

Nota del giorno: in metro tutti leggono, o dormono o scancherano con il cellulare. Tutti quelli che leggono hanno il libro coperto da un’anonima sovra-copertina. Privacy o paura di rovinare il volume?

Mercoledì 8 agosto
Gita a Kamakura, primo giorno di JR Pass.
Arriviamo presto in stazione per vedere come funziona la cosa e qui ringrazio il cielo e chi lo aveva consigliato nei diari di essermi annotata da casa sia il binario che il nome/numero del treno da prendere. Fatelo e risparmierete davvero un sacco di tempo e di patemi.
Facciamo colazione in una specie di pasticceria un po’ meno cara di Starbuks e poi prendiamo il nostro trenino, lentissimo e pienissimo di persone.
I templi che abbiamo visitato:
Engaku-ji. Bello, pieno di angolini e cose da vedere, le statue di Kannon, il laghetto, i giardini. Sembra una specie di villaggio dove vive un sacco di gente. Qui abbiamo fatto un po’ di incontri interessanti:
– Una controllora dei contatori del gas che disperata non riusciva a trovare il tombino che i monaci avevano opportunamente coperto con la terra e che continuava a contare i passi e consultare la sua mappina del tesoro.
–   Il nostro primo folletto giardiniere con il cappello a punta
–   Le sacerdotesse che si allenavano al tiro con l’arco
–   Un micio molto zen e molto coccoloso.
Tokei-ji. Il tempio in sé non è un granchè, il giardino deve essere bello quando è periodo di fioritura, però il cimitero sulla collina per me vale la pena. Questo era un tempio che fungeva da rifugio alle donne che volevano divorziare e sono tutte seppellite lungo il fianco di una collina coperto da un bosco di cipressi. L’atmosfera è molto suggestiva e a me ha ricordato i paesaggi magici di Miyazaki: da un momento all’altro mi aspettavo di veder spuntare sui rami o fra i sassi i kodama, gli spiritelli bianchi di Princess Mononoke.
Kencho-ji. Bello, portali imponenti, belle sale, un giardino zen su cui si affaccia la sala meditazione. Ci siamo fatti prendere dal ghiribizzo di salire fino all’Hanso-Bo, il tempio custode di tutto il complesso, protetto da molte statue di guerrieri alati e armati e soprattutto da infinite e ripidissime scale (più di 300 gradini). Però arrivare fin lassù dà soddisfazione e quasi di sicuro vi sarete lasciati alle spalle tutti gli altri turisti.
Tsurugaoka Hachimangu. Molto grande, con bei torii e molta gente. Il museo è evitabile. Impressionanti i due laghi ricoperti di ninfee giganti dove nuotano carpe altrettanto giganti.
Percorriamo in fretta la via dello shopping senza prestarle troppa attenzione (i prezzi mi sono sembrati abbastanza elevati) e arrivati alla stazione prendiamo il trenino per Hase.
Il tempio Hase-dera è bellissimo, prendetevi il giusto tempo per esplorarlo tutto, per cercare le statuine dei bonzini, per ammirare i giardini perfetti, per guardare il mare dalla terrazza panoramica, per fare un giro nella grotta dove sono nascoste le immaginine della dea Kannon.
Finiamo la giornata con il Grande Buddha; lui è molto imponente e vale di certo la pena ma, causa caldo e stanchezza, tralasciamo un po’ la visita di tutto ciò che gli sta intorno.
Ritorno a Tokyo e cena in una bettolina fumosa vicino all’albergo, probabilmente un ristorante cinese.

Note del giorno.
Oggi in treno è salito un ragazzo giapponese gigantesco, identico a uno dei personaggi del fumetto Bleach (Chad, per chi lo conosce). Dopo quattro giorni di attenta osservazione siamo quindi arrivati alla conclusione che tutti i personaggi che nei cartoni animati avevano tratti che noi pensavamo esasperati o caricaturali in realtà esistono davvero.
Idem per le scalinate che portano ai templi su cui gli allenatori dei cartoni “sportivi” facevano sempre sputare sangue ai loro pupilli. Credevate che la loro verticalità fosse un’esagerazione di prospettiva? Sbagliato, sono davvero così verticali e i loro gradini sono davvero così alti.

Giovedì 9 agosto.
Trascorriamo la mattina a sgirandolare per i giardini orientali del palazzo imperiale che poi non sono altro che un parco con sentieri (per fortuna) per la maggior parte ombreggiati. Il fatto che siano tutti asfaltati ci lascia un po’ perplessi e il nostro sgomento aumenta quando, per arrivare al ponte dove si riesce a scorgere l’unico angolino visibile del palazzo dobbiamo attraversare un deserto rovente di parcheggi.
Dopo un pranzo al volo in stazione siamo di nuovo in treno, destinazione Mitaka!
Raggiungiamo il museo a piedi seguendo i tanti cartelli di Totoro e finalmente eccolo! Il Ghibli è tutto per noi! (e per qualche altro centinaio di visitatori, vabbeh…).
Purtroppo all’interno non si possono fare foto ma noi ci siamo scatenati a girarlo tutto in lungo e in largo, infilandoci in ogni passaggio o porta e salendo e scendendo tutte le scale che trovavamo. Che dire… bellissimo: i bozzetti originali, la ricostruzione del suo studio e della sua biblioteca (dentro c’è un drago, no, dico un dra-go!), e poi il cortometraggio e il Totoro all’ingresso e i nerini della polvere e il Nekobus e il robottone di Laputa sul tetto e i kodama alle finestre e le panchine con la manovella e i rubinetti a forma di gatto e… insomma, una cosa imperdibile.
La sera abbiamo altri due appuntamenti importanti. Il primo con la monorotaia sopraelevata senza conducente che porta fino a Odaiba. Lo spettacolo di passare attraverso i grattacieli di Tokyo prima e di vedere il suo skyline e il ponte tutti illuminati dopo è davvero una cosa fantastica, consigliatissima. La passeggiata notturna lungo la spiaggia poi è molto romantica.
Odaiba è un po’ un parco divertimenti, ci sono molti centri commerciali, un luna park (credo, noi abbiamo visto solo una ruota panoramica da lontano) e  in realtà non ci interessava più di tanto se non fosse stato per Lui.
Dopo le millemila foto di rito alle luci di Tokyo ci dirigiamo verso il centro commerciale che si chiama Divercity e qui, dopo averlo attraversato tutto e aver cenato nel suo irresistibile salone completamente dedicato al cibo, usciamo sulla terrazza e ci ritroviamo ai Suoi piedi.
Di chi sto parlando? Ma di Lui, sua maestosità Gundam, in tutti i suoi venti metri di metallica possanza. E per chi sostiene che sia solo una riproduzione posso solo dirvi che si accende, e si muove.

Nota del giorno.
Abbiamo sbirciato negli uffici ancora illuminati alle dieci di sera, abbiamo visto i salarymen ubriachi sull’ultimo treno tornare finalmente a casa. Non so perché, ma a me sono sembrati così infelici…

Venerdì 10 agosto.
Primo Shinkansen per noi. Direzione Utsonomya poi cambio per Nikko.
Per la prima volta da quando siamo in Giappone sul vagone c’è una maggiore concentrazione di occidentali rispetto ai giapponesi.
Iniziamo con un quiproquo, con l’autobus che non ci lascia dal famoso ponte rosso ma ci porta (facendoci spendere di più) direttamente davanti al Rinno-ji. Riusciamo comunque ad acquistare il pass cumulativo e iniziamo proprio dal grande tempio che però è completamente incappucciato e impalcato. Anche il percorso dentro ne risente quindi risolviamo la visita in brevissimo tempo.
Anche una parte del Toshogu e degli altri templi che vedremo oggi è incappucciata e, questo unito alla folla di gitanti giapponesi, renderà la nostra gita a Nikko, purtroppo non proprio indimenticabile.
Ma andiamo con ordine.
Al Toshogu vediamo la pagoda, gli elefanti che non sembrano elefanti, le scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano male e il cavallo bianco dentro la stalla che secondo la Lonely doveva essere una statua e invece è vivo e vegeto (miracolo? No, è un regalo della Nuova Zelanda).
Nonostante l’atmosfera un po’ da Gardaland devo ammettere che le decorazioni, soprattutto quelle appena sbiancate o ridipinte dal restauro sono davvero belle.
E poi ci sono un sacco di draghi e io adoro i draghi. All’interno del tempio era in corso una celebrazione privata in una saletta, con l’aiuto-sacerdote che suggeriva alla capo-famiglia che aveva richiesto il rito ogni mossa da compiere.
Poi abbiamo assistito alla prova del ruggito del drago, carina davvero; peccato che al termine il sacerdote abbia sfoderato i sacchettini con gli amuleti invitando gli astanti ad acquistarli come se fossimo a un incontro della Tupperware!
All’uscita abbiamo trovato una baracchina che vendeva i mochi e non abbiamo potuto esimerci dallo sperimentare il dolce più famoso della cucina giapponese. Il mio era classico, bianco con ripieno di azuki, quello di Ste era aromatizzato con semi di cumino. Devo dire che il primo impatto è stato piacevole, la consistenza era davvero coccolosa e il sapore non così malvagio. Il problema però è che mi si è piantato fermamente nello stomaco finchè non l’ho scacciato a forza di scalinate prima e brodo di ramen poi.
Il breve tragitto con le lanterne (bellissime le lanterne coperte di muschio) devo dire che è suggestivo, ma anche qui la costante presenza di villeggianti ha rovinato un po’ la poesia.
Al Futurasan-jinja abbiamo visto gli alberi abbracciati dalle preghiere e finalmente una sacerdotessa con i capelli intrecciati e di bianco-rosso vestita!
Il Taiyuin è stato l’ultimo e forse anche quello che abbiamo apprezzato di più, l’ingresso era impacchettato si, ma non c’era quasi nessuno e la cornice in cui è inserito lo ha reso quello con l’atmosfera più adatta. C’è anche una bellissima sorgente che alimenta la fontana-drago dove ci si purifica.
Scendiamo verso la strada che ci porterà allo Shinkyo Bridge e ci fermiamo lungo il cammino in una bettolina a conduzione familiare dove mangiamo una magnifica ciotola di ramen.
Foto di rito al ponte rosso (a cui si può accedere previo pagamento ticket) e via, questa volta a piedi, lungo una via piena di negozi di antiquariato e carabattole polverose, di nuovo verso la stazione.
Per la nostra ultima notte nella metropoli scegliamo la Tokyo Tower. Da vicino la somiglianza con la Tour Eiffel scema parecchio, soprattutto quando scopriamo che i suoi piedi affondano letteralmente in un centro commerciale, però tutta illuminata è carina.
Cena nel Food Party (piazza di tavoli con i ristoranti attorno) del centro commerciale e poi a nanna, domani dobbiamo prendere uno Shinkansen senza prenotazione!!

Nota del giorno.
Sapete per cosa mi sta salendo un’incredibile frustrazione? Non posso leggere niente.
Io che di solito leggo tutto, dai cartelli alle etichette ai titoli dei libri e dei giornali della gente che mi sta attorno qui non posso leggere nulla. Neanche gli avvertimenti che magari potrebbero pure essere importanti. E’ terribile.

Sabato 11 Agosto
Diciamo addio a Tokyo e lo facciamo su uno shinkansen non prenotato in cui però troviamo lo stesso posto a sedere (basta essere i primi in coda sul binario nella casella riservata ai vagoni senza prenotazione). Cambio a Nagoya su un trenino locale in cui c’è un controllore che non pare convinto del fatto che noi si voglia proprio andare a Takayama.
Il tragitto è molto bello, il paesaggio è montuoso e verdissimo e attraversiamo paesini piccoli. Fra i boschi di abeti e bambù scorgiamo piccoli cimiteri, templi con i loro torii e ci accompagnano sempre le anse azzurro intenso del fiume Hida. A ogni fermata la voce dagli altoparlanti del treno fa anche da guida turistica raccontando curiosità sui territori che stiamo attraversando.
In stazione a Takayama prenotiamo il treno fra Kyoto e Hiroshima e compriamo già i biglietti del bus per domani. Vista l’ora, prima di andare a cercare la nostra minshuku, ci fermiamo a pranzo in una bettolina proprio di fronte alla stazione a mangiare una ciotolona di riso con sopra l’arrosto di maiale. Giretto per i negozi dove facciamo la conoscenza con la bambolina rossa a forma di stella tipica di Takayama. Rappresenta un cucciolo di scimmia e dovrebbe portare fortuna.
La minshuku kuwatanya è facile da trovare, a cinque minuti dalla stazione e quasi di fronte a una grande pagoda a cinque piani. Prima di entrare bisogna lasciare le scarpe negli appositi cassettini e la signora in breve ci spiega com’è fatta la struttura. Tre piani, bagni in comune su ogni piano, l’onsen delle donne è al secondo mentre quello degli uomini al piano terra. La nostra camera è all’ultimo piano. Si cena alle 18:30 e la colazione è esclusivamente japan style.
Visto che è troppo presto per poter fare il bagno lasciamo gli zaini nella nostra minuscola stanza e usciamo sotto un cielo un po’ piovigginoso.
Troviamo subito le vie con le case antiche e le distillerie di sakè, carine, piene di negozietti e naturalmente, affollatissime.
In fondo al paese, non considerato da nessuno, c’è un bel tempio deserto e silenzioso. Terminiamo il nostro giro con una passeggiata lungo il fiume (neanche da dire, pescosissimo!)
Tornati alla minshuku aspettiamo scemi un po’ la folla nei bagni (quello delle donne era letteralmente invaso da una famigliola nonna-mamma-figlie) e poi ci docciamo. Io mi puccio anche un minuto nell’acqua minerale. Finalmente indossiamo gli yukata e andiamo a cena.
La sala da pranzo è molto bella, con il focolare e i tavoli rasoterra già imbanditi di millemila piattini pieni di cose diverse: riso in bianco, soba fredda, brodo con noodles, salmone alla brace, sashimi e poi il manzo hida da cuocerci da soli sopra la fiamma, e poi tofu, gelatine, verdure sconosciute e anguria per dolce. Da bere the caldo.
A parte le gambe informicolate (mioddio che posizione scomoda!!) e le bacchette troppo lucide e lisce e rotonde che scivolavano dalle dita ce la siamo cavata.
Dopo cena ci facciamo una bella passeggiata per le viuzze tipiche, ora deserte. Arrivati al tempio principale di Takayama troviamo una bella sorpresa: c’è la sagra!
Come nelle nostre sagre di paese c’è un sacco di gente e ci sono un sacco di bancarelle: venditori di frutta e verdura, quelli con la brace per cuocere gli spiedini, l’omino con un marchingegno tritagghiaccio a manovella che prepara magnifiche granite (che figata le granite giapponesi, meravigliose!) e persino quello con lo zucchero filato! E poi gli artigiani che intrecciavano cesti e intagliavano cucchiai e naturalmente i giochi per i bambini.
Quasi tutti i partecipanti, donne, uomini e bambini di ogni età erano vestiti con yukata e geta ed erano davvero bellissimi.
Naturalmente c’era anche la musica, e qui viene il bello. C’era un palcoscenico dove al nostro arrivo si stava esibendo un prestigiatore poi sostituito da un animatore tipo villaggio turistico che, dopo aver chiamato attorno a sé i bambini ha fatto partire a palla una musica tipo sigla di cartoni animati e ha dato il suo entusiastico benvenuto alle star della serata! Ed ecco che vediamo entrare in scena, in ordine: un pupazzone di bambolina maschio, un pupazzone di bambolina femmina, un pupazzone di un altro personaggio a forma di goccia che avevamo visto in qualche cartello sotto i portici (lo sponsor?), un pupazzone di una scimmia con i jeans e l’orecchino e poi lui! Un pupazzone di manzo Hida!!
E tutti si sono messi a ballare scatenati con i bambini. Meraviglioso.

Domenica 12 agosto
Colazione giapponese: sullo stesso fornelletto in terracotta su cui ieri sera abbiamo cotto il manzo hida questa mattina c’è una foglia di magnolia con sopra la specialità della casa: una pasta a base di semi di soia fermentati che va scaldata e poi usata per condire il riso in bianco. Oltre a quello ci vengono serviti salmone, zuppa di miso, verdure assortite e due fette di arancia.
Zaini in spalla salutiamo Takayama e ci mettiamo in fila per il bus che in un’oretta ci porterà a Shirakawa-go. Sistemati i bagagli nei coin-locker attraversiamo il ponte sospeso oltre il quale si trova questa piccola valle in cui il tempo sembra essersi fermato.
Le case sono le gassho zukuri, di legno, con i tipici tetti spioventi costituiti da fitti strati di paglia e sono sparse in questa piana circondate da risaie, orti, canali e magnifici giardini: uno dei paesaggi più bucolici che mi sia mai capitato di vedere.
All’ingresso della valle, in prossimità dei negozi di souvenirs c’è parecchia folla ma basta allontanarsi un po’ per ritrovare la pace necessaria a gustarsi un posto come questo.
Prima che il caldo ci fiacchi saliamo al view-point rimandando a dopo la passeggiata fra i viottolini e le case. Visitiamo l’interno di una delle case, molto bella, con il focolare, il portico affacciato sul giardino zen e il sottotetto dove vengono allevati i bachi da sera.
Per pranzo riusciamo finalmente a mangiare il nikuman, una pallotta di pasta ripiena di stufato di carne, buonissima! Per rinfrescarci prendiamo anche un gelato e facciamo l’errore di sceglierlo al the matcha perché naturalmente, come tutte le cose in cui questa qualità di the viene usata, sa di polvere.
Dopo pranzo finiamo la nostra gita visitando il museo all’aperto che si trova di fronte alla stazione dei bus che permette di vedere e visitare diversi tipi di antiche costruzioni: abitazioni private, magazzini, case da the e mulini. Molto ben fatto e immerso in un piacevole verde.
All’una e mezza recuperiamo gli zaini e prendiamo il bus che ci porterà a Kanazawa. Il nostro hotel è davvero a due passi due dalla stazione e in breve prendiamo possesso della nostra camera al Dormy Inn. L’hotel è nuovo, moderno e lo avevo scelto, oltre che per la posizione e il prezzo onesto, anche perché ha un onsen e offre ai suoi ospiti l’uso gratuito delle lavatrici.
Il resto della giornata quindi lo trascorriamo a fare bucato e, nell’attesa di lavatrice e asciugatrice, ci concediamo una pucciatina nell’acqua minerale.
Fra l’altro la zona lavanderia è davvero organizzata, ci sono una marea di distributori di ogni tipo, dalle bevande, agli snack, agli yogurt e un’intera biblioteca di fumetti a disposizione.
Dopo aver tentato una passeggiata verso il centro alla ricerca di un posto dove mangiare decidiamo di tornare alla bellissima stazione con il suo tori in chiave moderna e la sua impressionante sovrastruttura in vetro dove, come sempre, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Stasera Tonkatsu (cotoletta).

Nota del giorno: Immagino che sia una questione di clima, ma qui pare che tutto (tranne le persone) sia affetto da gigantismo: gli alberi sono altissimi, le ninfee hanno foglie grandi come tovaglie, i bambù hanno diametri esagerati e idem per pesci, corvi, cicale e farfalle. La natura è davvero una presenza importante.

Lunedì 13 agosto
Purtroppo piove ma il programma non permette dilazioni, chiediamo due ombrelli all’albergo e andiamo a prendere il loop bus.
Prima fermata: il quartiere delle case da the. Vista la pioggia le viuzze sono semideserte e le percorriamo respirando un’aria che sa di tempi e tradizioni antiche. Visitiamo prima la casa di un mercante (gratuita) e poi una casa da the molto ben conservata, che con le luci soffuse e il suono degli shamisen in sottofondo riporta bene l’atmosfera che doveva esserci ai tempi delle geishe.
Seconda tappa il castello di cui però visitiamo solo l’ingresso e la piazza d’armi, gratuiti.
A questo punto ci attende il kenrokuen e per fortuna smette di piovere, la luce però non è proprio l’ideale per godere la bellezza di uno dei più bei giardini del Giappone.
In ogni caso merita perché il parco è davvero perfetto con i laghi, le lanterne di pietra, gli alberi enormi e soprattutto le follette giardiniere con i cappelli a punta che raccolgono una ad una tutte le foglie morte e pettinano i prati.
Ultima fermata il quartiere dei samurai. Sgirandoliamo fra i muri di cinta da cui spuntano solo tetti e cime d’albero, camminiamo sui bei vialetti lastricati e visitiamo una delle case a sbafo sfruttando l’entrata libera di un carissimo negozio di porcellane allestito all’interno.
Kanazawa dunque ci è piaciuta, una città molto moderna (e molto trafficata) che è stata capace di conservare intatti alcuni quartieri che riportano indietro nel tempo.
Prima di prendere il treno per Maibara per pranzo facciamo scorta di pane per placare la mia crisi d’astinenza da carboidrati lievitati. A Maibara cambiamo per Hikone.
Lasciati gli zaini nei carissimi coin-locker percorriamo la via principale del paese che conduce al castello. Dall’esterno il piccolo maniero che sovrasta l’intera zona dall’alto della sua collina è davvero molto bello. Per l’ingresso c’è una coda abbastanza tremenda che proseguirà anche all’interno a causa delle rampe di scale davvero molto ripide. Il caldo è davvero terribile.
Il castello è interessante per le grandi travi storte di cui è composta la struttura e per le caditoie dalle forme strane ma in definitiva è piuttosto spoglio.
Visitiamo anche il giardino dove incontriamo un’altra famiglia di tanuki e possiamo godere di un altro po’ di perfezione fatta di laghetti, ponticelli, prati e isolette.
Tornati in stazione prendiamo il treno per Kyoto dove arriviamo che ormai è buio; troppo stanchi per esplorare la stazione ci buttiamo in metro per raggiungere il nostro albergo che sorge su una via piuttosto vivace a due passi dal vicolo di pontocho.
Ceniamo in una specie di steak house proprio di fronte all’hotel dove riproviamo l’ebbrezza delle posate. Brevissimo giro sul lungofiume e poi a nanna.

Nota del giorno. Abbiamo notato che quasi tutti i folletti giardinieri sono persone piuttosto anziane. Davvero con il sistema giapponese la gente è costretta a lavorare finchè è in vita?

Martedì 14 agosto
Visto che come da tradizione per il mio compleanno il tempo fa schifo cambiamo il programma rimandando a domani la visita della parte orientale di Kyoto.
Decidiamo di prenderci il tempo per imparare a conoscere un po’ il carattere generale di questa città per cui nutro grandi aspettative.
Facciamo colazione in camera con la spesa fatta ieri sera e a piedi andiamo fino al manga museum. Più che un museo in effetti è proprio una biblioteca come hanno constatato con un po’ di delusione tutti quelli che ci sono andati, a me però non è dispiaciuto affatto.
E’ stato bello, nel silenzio ovattato di queste sale, spulciare i fumetti in italiano, guardare i bozzetti originali dei mangaka più famosi, cercare le edizioni originali dei nostri fumetti preferiti e mischiarsi a intere famiglie di giapponesi immersi profondamente nella lettura. Perché in Giappone i fumetti sono davvero una roba seria.
Con la metro arriviamo al tempio di Higashi decisamente maestoso con la sua sala da mille tatami e con un’inspiegabile e futuristica struttura sotterranea completamente deserta.
Mentre cerchiamo di raggiungere il suo gemello (che dovrebbe essere subito di fronte ma che in realtà non è così vicino) finiamo per sbaglio in un altro tempio più piccino, carino e soprattutto deserto. Poi finalmente troviamo il Nishi, lo visitiamo tutto ma non riusciamo a trovare l’ingresso per i giardini.
Pranzo nei sotterranei della stazione con una bella ciotola di ramen e uno spiedino di palline di riso glutinose affogate in una specie di caramello.
Riattraversiamo la città per andare all’Handcraft Kyoto Centre (abbiamo deciso di toglierci anche l’incombenza dei souvenirs oggi) e, lungo il tragitto visitiamo il grandioso Heian Jingu (depennandolo così dal già impegnativo programma di domani), visto il tempo schifo rinunciamo ai giardini che dalle foto, soprattutto in primavera, devono essere davvero uno spettacolo.
L’Handcraft ve lo consiglio, quattro piani di artigianato di ogni tipo a prezzi onesti. Torniamo a piedi in albergo passeggiando lungo il fiume.
Dopo la doccia decidiamo di percorrere il caratteristico viale di Ponto-cho, stretto fra quelle che erano case da the e ora sono ristoranti più o meno cari. Visto che comunque è pur sempre il mio compleanno ci concediamo una cena qui a base di antipasto di polpo e verdure, fettine di carne da cuocere da soli sulla griglia e per finire gelato alla vaniglia con vino di pesca e una minuscola bottiglina di sake.
Tornati sul lungofiume ci fermiamo a guardare l’esibizione di un mangiatore di fuoco.
Speriamo che domani il sole si faccia vedere.

Mercoledì 15 agosto
Dopo aver fatto colazione in camera con la spesa di ieri sera sperimentiamo gli autobus di Kyoto.
Naturalmente essendo giorno festivo tutti gli orari sono ridotti e noi arriviamo al Ginkaku-ji che è tardissimo (9:30).
Iniziamo il percorso che si snoda attraverso il bel giardino ma, appena incontriamo il padiglione d’argento stentiamo a riconoscerlo dal gran che è deludente. Bisognerà camminare ancora un po’ e vederlo inquadrato nella sua perfetta cornice di alberi, lago e piramidi di sabbia per apprezzarlo al meglio.
Imbocchiamo poi il sentiero del filosofo che, complici gli alberi verdi, le viuzze carine, i pesci nel canale e una bellissima famiglia di orsacchiotti pescatori, ho trovato molto piacevole, forse solo un po’ lunghetta.
Al Nanzen-ji prendiamo una cantonata mostruosa e imbocchiamo il sentiero che costeggia l’acquedotto in direzione opposta rispetto a dove si trova l’Oku-no-in segnalato dalla Lonely (andate a sinistra e non a destra) con il risultato di farci una lunga scarpinata fino alla centrale da cui l’acquedotto parte. Al ritorno non abbiamo avuto la forza di rimediare all’errore.
Pranzo ai tavolini di un Lawson con un misto di fritti (korokke, pollo e polpette).
Il Shoren-In lo abbiamo guardato solo da fuori perché la cosa che mi interessava di più erano gli enormi alberi della canfora (come quello dove vive Totoro) che campeggiano all’ingresso.
Del Chio-in purtroppo abbiamo potuto godere solo dell’enorme porta con relativa scalinata e degli edifici più piccoli attorno perché la sala grande rimarrà impacchettata fino al 2019.
A questo punto i cartelli scritti anche in inglese scompaiono e, dopo aver attraversato un parco, ci inoltriamo in un bellissimo quartierino pieno di negozietti, pieno di gente ma assolutamente privo di indicazioni per il Kodai-ji.
Giriamo un po’ a caso ma la stanchezza e soprattutto il caldo iniziano a pretendere il loro tributo. Seduta all’ombra mi rigiro la mappa fra le mani e alla fine concludo che dobbiamo averlo già passato. Così torniamo indietro e ci ritroviamo davanti un’infinita scalinata. Niente panico, un gradino alla volta arriviamo fino in cima dove ci troviamo circondati da lanterne con disegnati mostri e spiriti monocoli. Mi domando se siano state messe in occasione dell’O-bon.
Anche all’interno del tempio, non so se in occasione della festività dedicata ai defunti, sono esposti rotoli con dipinti spiriti e demoni identici a quelli di Inuyasha.
Il laghetto di ghiaia del tempio, circondato dal verde, è lieta occasione per fermarci sul terrazzo a godere della bellezza di tutta quella perfezione.
Proseguiamo poi la visita con gli altri padiglioni più piccoli affacciati sui laghetti, in uno incontriamo anche un bell’airone.
Mentre saliamo e scendiamo lungo il giardino intravediamo fra le canne di bambù il profilo di una statua enorme della dea Kannon. All’uscita quindi, invece che scendere al museo, preferiamo andare a porgere i nostri omaggi di incenso (compresi nel prezzo del biglietto) alla dea della misericordia che qui funge, gigantesca, da monumento al milite ignoto e a tutti i caduti della seconda guerra mondiale.
Ora non ci rimane che visitare il celeberrimo Kiumizu-dera.
Per raggiungerlo dobbiamo girare ancora un po’ fra le viuzze senza nome e senza indicazioni così decido di utilizzare due regole: andare in salita e seguire il grosso della folla. L’idea è vincente e arriviamo al tempio più famoso di Kyoto dove veniamo immediatamente inghiottiti dalla folla, tanto che, senza rendercene conto, ci troviamo prima in fila per scendere in un labirinto completamente buio al fondo del quale c’è una pietra tonda da far girare affinchè Buddha esaudisca un desiderio, poi subito dopo veniamo spinti in un’altra fila che ci porta all’interno del tempio pieno di banchetti dove sedicenti sacerdoti e sacerdotesse vendono candele e preghiere.
Finalmente riusciamo a uscire sulla famosa terrazza ma, fra la folla e il trattamento da bestiame stipato, non è che ce la godiamo poi molto.
Scendiamo e snobbiamo la coda che porta alla cascata dai poteri curativi: della spiritualità buddhista per oggi ne abbiamo avuto abbastanza.
Di nuovo autobus e poi in albergo.
Per cena esploriamo l’infinita galleria che si apre vicino al nostro hotel ma che si rivela essere piena più che altro di negozi, sale giochi, ma ben pochi posti dove mangiare.
Alla fine ci infiliamo in un ristorante con l’ordinazione a bottoni dove ci consoliamo con una ciotolona di ramen.

Giovedì 16 agosto
Oggi avremmo dovuto andare in gita sul monte Koya a vedere i templi. Tenevo molto a questa tappa ma, avendo comunque dovuto rinunciare per questioni di tempo e costo a trascorrervi una notte (è di sera che regala il meglio di sé a quanto ho letto in giro), abbiamo deciso che farla solo in un giorno sarebbe stata un’inutile e deludente sfacchinata. Così ne approfittiamo per goderci con più calma la bella Kyoto.
Andiamo a piedi al Nijo-jo e sotto un sole già cocente di prima mattina, visitiamo in lungo e in largo il castello dai pavimenti usignolo e dalle ricche stanze dipinte. Bello anche il giro dei giardini.
Con l’autobus andiamo al Kinkaku-ji, il padiglione d’oro, molto bello ma anche questo strapieno di gente. Pranzo leggero a un Family mart con due insalate e una confezione di maki, poi di nuovo a piedi fino al Rioan-ji circondato da un bellissimo parco con tanto di lago, isolette, aironi e mandarin duck. Per quanto riguarda il giardino roccioso per cui il tempio è famoso… beh, poco da dire, ma di certo è colpa della nostra ignoranza.
Dopo esserci ristorati con una meravigliosa granita (ma quanto sono buone le granite nevose che fanno qui?) decidiamo di includere nel programma di oggi anche Arashiyama.
Con un paio di bus e una bella passeggiata sul lungo fiume arriviamo al ponte circondato da millemila villeggianti intenti a fare pic-nic o ad andare in barca.
Guardiamo il tempio Tenriu-ji solo dall’esterno e, sempre passeggiando, arriviamo alla foresta di bambù, carina e soprattutto molto ombreggiata. Quando raggiungiamo la stazione del treno scopriamo che non è quella giusta così ci consumiamo ancora un po’ le scarpe attraverso gli stretti vicoletti sonnacchiosi di questo strano quartiere (borgo?). Treno, metro e di nuovo in hotel.
Usciamo presto perché alle otto inizia l’accensione dei fuochi sulle colline attorno a Kyoto, l’albergo ci ha fornito di un utile schemino per poterli seguire meglio.
Ci piazziamo sul ponte (quello subito a ovest rispetto a quello di Gion) dove c’è già un certo assembramento di persone. Immaginiamo che sia un buon segno.
Arrivano le otto e alla nostra destra iniziano a comparire nel buio della collina tanti fuochi che vanno a comporre un ideogramma, ed è bellissimo! Quello delle otto e cinque è coperto da un palazzo ma alle 8 e 10 vediamo di fronte a noi un’altra collina accendersi, seppur lontana. Si intravede solo metà del simbolo ma è bellissimo lo stesso!
Di fianco a me un vecchietto continua a indicare le colline e a picchiettare con il dito sulla mia mappina ripetendo “Daimonji” e “Myoho”.
Peccato non essere riusciti a vederli tutti.
Cena in un ristorante lì vicino dove mangiamo tenpura e sushi.

Venerdì 17 agosto
Nara!
Arriviamo con un trenino pieno di turisti e iniziamo il giro che ricalcherà grossomodo quello suggerito dalla Lonely Planet. Noi abbiamo impiegato poco più di 5 ore contando mezz’ora per il pranzo in una bettolina di ramen e molte micro pause per riprendere fiato, ombra, liquidi e soprattutto per coccolare tutti i daini presenti in città.
Iniziamo dal Kofuku-ji che visitiamo all’esterno con le sue due belle pagode, ma veniamo subito distratti dai primi daini per cui compriamo i biscotti. Ne dispenso solo un paio mettendo gli altri in borsa e per questo verrò seguita per il resto della mattina come il pifferaio di Hamelin.
Vediamo anche un daino investito da un’auto ma prontamente soccorso dagli incauti guidatori.
Arriviamo in fretta al Todai-ji, dove un altro daino mi mangia un pezzo di mappa. Il tempio ci è piaciuto molto: i demoni all’ingresso sono davvero realistici e l’imponente struttura insieme alle statuone che contiene sono davvero impressionanti. Bellissimi i guerrieri conservati dietro al Buddha dagli sguardi minacciosi ma con ai piedi delle calzature pantofolosissime.
Non ci cimentiamo nel passaggio attraverso la narice di Buddha ma, tanto per, io tocco il ginocchio della spaventosa statua del santone magico all’uscita toccando contemporaneamente le mie ginocchia acciaccate. Hai visto mai?
Per sfuggire un po’ alla folla raggiungiamo una piazza con un campanile e prima dell’ultima salita pranziamo con due ciotolone di udon in brodo. In questo ristorante incontriamo una figura molto diffusa da queste parti: il pensionato che accompagna i turisti facendo loro da guida e parlando un buon inglese.
Saliamo sul belvedere del Nigatsu-do dove si ammira Nara dall’alto circondata da tutto il suo bel verde. Facciamo la passeggiata che costeggia il bosco e la collina e poi scendiamo verso il Kasuga Taisha imperdibile per:
–   le lanterne di pietra all’esterno sparse per il bosco (un vecchietto incontrato su una panchina all’ingresso ci ha spiegato che sono 1500, che vengono accese due volte l’anno e che i monaci si fanno pagare per intestartene una ma che, quando non ce ne sono più libere, sovrappongono i nomi)
–   le millemila lanterne di metallo appese sotto i portici e nei cortili del tempio
–   il bellissimo ed enorme cedro al centro del tempio che passa addirittura attraverso il tetto di uno degli edifici
–  la pianta (che si dice magica) composta da sette differenti piante intrecciate fra loro nata dall’unione di sette semi diversi
–   l’atmosfera pacifica di tutto il luogo
Nel tornare verso la stazione abbiamo incontrato qualche cucciolo di daino ancora non biscottivoro e quindi più schivo.
Torniamo a casa con un lentissimo treno locale con i ventilatori a soffitto in sostituzione dell’aria condizionata.
Per cena scegliamo di esplorare Gion che, diciamocelo, se mai c’è stata della poesia nelle vicende delle geishe, qui s’è proprio persa fra le luci e i locali che espongono le foto delle ragazzine.
Per mangiare ci imbuchiamo in una bettola che neanche i peggiori bar di Caracas con una proprietaria scorbuticissima che ci informa che l’unico piatto disponibile è l’okonomiyaki cucinato secondo la loro speciale ricetta (quindi senza possibilità di scegliere gli ingredienti).
Ai tavoli sono seduti manichini femminili abbigliati con yukata che dovrebbero sostituire le antiche geishe e le pareti sono letteralmente coperte di piastrine di legno (quelle che si trovano nei templi e su cui si scrivono le preghiere) ognuna delle quali riporta una vignetta osè o comunque inerente al sesso. Di sicuro un locale diverso dai soliti.
Lasciamo Gion e decidiamo, per tornare all’albergo, di ripercorrere il ben più silenzioso e suggestivo vicolo di Pontocho e mai scelta fu più felice! All’uscita da una casa da the incontriamo una geisha circondata dai suoi accompagnatori a cui riusciamo a strappare qualche scatto. Bellissima!
Poco più avanti incontriamo anche due maiko di sfuggita, sole e un po’ meno belle.
Prima di dormire ci guardiamo in tv un po’ di wrestling giapponese, ma i lottatori sono tutti vecchi che neanche Mickey Rourke in the wrestler, e c’è persino lui, l’Uomo Tigre (si, si).

Sabato 18 agosto
Ultimo giorno a Kyoto con programma abbastanza free.
Prima tappa: Inari per vedere il famoso percorso dei torii rossi.
Per molte persone ho letto che è stata una mezza delusione, per me, visto che abbiamo fatto tutto il percorso in mezzo al bosco su e giù per la collina è stata una faticata, si, ma affatto deludente.
E’ vero che i torii sono arancioni e imperfetti, ma girano in curve e percorsi tortuosi attorno a tutta la collina immersa nel bosco e conducono a piccoli cimiteri nascosti molto suggestivi.
Visti i miliardi di scalini che abbiamo salito e sceso sono arrivata alla conclusione che, se anche lo scintoismo non si prende molto cura delle anime dei suoi fedeli, di certo si prende cura dei loro corpi.
Visitiamo anche il Byodo-in a Uji che doveva essere molto bello dai racconti di altri turisti ma che sinceramente non mi ha regalato troppe emozioni. La struttura esterna è elegante e particolare, anche se un po’ decadente; le fenici sono graziose anche se non possono certo competere con quella del manga museum e poi la storia dei Buddha occidentalizzati in paradiso sulle nuvolette come i putti non mi ha proprio convinto.
Facciamo un giretto per Uji dove tutto sembra essere a base di the maccha (anche i nostri udon) e poi torniamo a Kyoto. Dato che piove finiamo il pomeriggio fra i piani dell’Isetan (centro commerciale) della stazione.

Domenica 19 agosto
Lasciamo Kyoto con il primo shinkansen del mattino. Arrivati a Hiroshima ci perdiamo per la stazione girando come due trottole alla disperata ricerca di un coin loker libero per i nostri zaini. Alla fine dovremo rassegnarci a usarne due.
Siamo già zuppi di sudore e dobbiamo ancora iniziare, così attraversiamo tutta la stazione per prendere lo street car, una sorta di filobus che per 150Y vi porterà fino ai luoghi della memoria.
La tappa al Parco della Pace di Hiroshima è doverosa, ma non certo piacevole. Passiamo l’A-bomb dome, il monumento delle gru di origami, la fiaccola, il cenotafio e l’albero fenice. Infine visitiamo il museo, molto affollato e naturalmente angosciante anche se per nulla spettacolarizzato o vittimista. Tornati in stazione scendiamo al primo piano interrato per comprare il pranzo al supermercato. Di nuovo in treno andiamo a Miyajimaguchi dove ci si imbarca sul traghetto per Miyajima.
Qui ci attacca bottone un tipo che ci fa un sacco di domande su dove veniamo e cosa abbiamo visto in Giappone, sul perché siamo venuti e che città abbiamo visitato. Si stupisce moltissimo del fatto che siamo venuti da soli senza conoscere nessuno che vivesse qui.
Finalmente arriviamo all’isola sacra che troviamo letteralmente invasa dai turisti. Troviamo facilmente la nostra ryokan dove la signora, molto accogliente, con un buon inglese ci mostra la struttura, la nostra camera e ci regala una mappina dell’isola con gli orari delle maree e dell’illuminazione del torii. La nostra camera è spaziosa, con un bagnetto, un salottino con balconcino e la stanza dei futon.
Approfittando del fatto che non ci sia nessuno usiamo l’onsen (qui ci si può chiudere dentro). Prima di cena facciamo una bella passeggiata al tramonto sul lungo mare godendoci l’assenza dei turisti, ormai quasi tutti ripartiti per la terraferma.
La cena è servita in una bella sala accanto a un minuscolo giardino zen e consta di:
anatra impepata e rotolini di frittata, sushi, una specie di canederlo di gamberi e pesce in zuppa di zenzero, tempura, sukiyaki con manzo, funghi, verdure e spaghetti, riso con verdure sott’aceto, cotoletta di maiale impanata nella frittata, zuppa di miso, contorni vari e per finire gelato alla vaniglia.
Per smaltire tutto quel bendidio facciamo una bella passeggiata notturna per una Miyajima pressoché deserta e illuminata dalle lanterne. I daini sono tutti a dormire e il torii illuminato è davvero magico.

Lunedì 20 agosto
Colazione western style per me e jappo-style per Ste.
Io ho un sacco di frutta, una specie di bacon, una omelette e dei grossi toast con burro, marmellatine e yoghurt ma soprattutto un meraviglioso the nero.
Ste ha pesce, zuppa di miso, soba, uova alla coque e the verde.
Iniziamo con la visita al tempio di Itsukushima, quello rosso del torii. In effetti non è niente di che ma è bello vedere la marea avanzare veloce lambendo i porticati e riempiendo i laghetti costruiti appositamente. Ci sono anche un sacco di monaci.
All’uscita passeggiamo nel parco Momijdani insieme ai daini e andiamo a prendere la funivia che, in due tranches, ci porterà a 435 metri sul livello del mare. Da qui inizia la salita per raggiungere la vetta e lungo il percorso si incontrano templi, jizi, altarini e strane formazioni rocciose.
Allo spiazzo con i due templi c’è un bonzo che prega pronunciando le formule con voce profonda e tonante per tutta la durata di un lunghissimo respiro, ma che si interrompe, e qui si infrange un po’ la magia, per rispondere al cellulare.
Altra cosa un po’ strana è che la fiamma del tempio dell’amore eterno è spenta.
In compenso tutti i dintorni sono pieni si statuine di bonzini bellissime.
Con calma arriviamo fino alla cima e al bar più sgarrupato del mondo, con il barista che guarda il baseball in tv e il soffitto che cade letteralmente a pezzi.
Iniziamo la discesa, visitiamo in completa solitudine il tempio Mijama e imbocchiamo il sentiero Daishoin che dopo un paio di chilometri e mezzo di gradini in mezzo al bosco ci conduce al tempio omonimo.
Io lo consiglio, non mi hanno fatto male neppure le ginocchia (vuoi vedere che la magia del santone funziona davvero?).
Visitiamo il Daishoin temple che contiene davvero un po’ di tutto: dalle statuine pupose al labirinto buio, alla grotta con le raffigurazioni di kannon, alla sala piena di statue sempre di kannon ma nella sua configurazione guerriera. Sono proprio le statue a farla da padrone, questo tempio ne comprende un numero davvero infinito.
Alla fine siamo un po’ cotti, tornando verso la ryokan facciamo un giro per le bancarelle dove pranziamo con spiedini di pollo e gelato e poi di corsa a casa a goderci un bel bagno.
Dopo un sonnellino e un the ristoratori usciamo di nuovo e arriviamo a piedi fino alla base del grande torii, prima di rientrare facciamo un’altra passeggiata lungo la omotesando street.
Cena a base soprattutto di pesce e poi passeggiata notturna, ultime coccole ai daini di Miajima.

Martedì 21 agosto.
Oggi abbiamo fatto i villeggianti.
Rinunciato alla gita ad Okayama e rivisti su internet gli orari dei treni, prepariamo gli zaini e usciamo a passeggiare per una Miyajima ancora sonnacchiosa e deserta di turisti.
L’idea era di visitare l’acquario ma, una volta arrivati là, il volantino poco convincente e soprattutto il prezzo d’ingresso esorbitante ci hanno fatto desistere. Così, passeggiando passeggiando, abbiamo ripiegato sul museo del folklore.
Il museo è carino, si inizia dall’esposizione di tutti gli strumenti usati dai contadini e dagli artigiani in epoche antiche, poi si passa a una mostra temporanea incentrata sul film che hanno girato qui dedicato a Taira no Kiyomori (una sua versione manga campeggia sulle bandiere sparse per tutta l’isola) e si finisce con la visita della casa di un commerciante perfettamente conservata e della sua collezione di documenti, dipinti e paraventi.
Dalla calma della spiaggia passiamo al caos della via dello shopping dove compriamo gli ultimi souvenirs e pranziamo.
Torniamo alla ryokan dove, previo accordi con la proprietaria, abbiamo il permesso di poter usare di nuovo le docce. La signora gentilissima ci regala anche delle banane e una busta di salsa di ostriche.
Caricati gli zaini in spalla lasciamo così la magica Miyajima e iniziamo il nostro lunghissimo viaggio di ritorno. Traghetto fino a Miyajimaguchi, trenino fino a Hiroshima, shinkansen fino a Shin osaka e poi di nuovo treno fino all’aeroporto. Infine due voli che ci riconsegneranno, stanchi ma soddisfattissimi, alla nostra casina.